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Hesse, pagine illuminate

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Sergio Caroli

Una tendenza critica vuole che Hermann Hesse - del quale ricorre il 9 agosto il cinquantenario della morte - si valga dell’angosciosa insicurezza dell’individuo di fronte al progressivo disgregarsi del mondo dei valori tradizionali per riproporre un nuovo ormeggio umanistico all’interno di una società lacerata dalle proprie contraddizioni. Il «Weg nach Innen» (il «viaggio nell’interiorità») di Hesse viene interpretato come l’interiorizzazione della rivolta e il suo svuotamento e pertanto come una fuga mistica, «quando invece esso è - scrive Adrien Fink, insigne germanista - il farsi autocoscienza dei problemi della civiltà: una liberazione dalla vita istintiva e la ricerca di un’armonia tra l’uomo, la sua cultura e la natura». Prova tale assunto «Demian», il romanzo ispirato dall’Europa crocefissa nella Grande Guerra, pubblicato da Hesse nel 1919 sotto lo pseudonimo di Emil Sinclair. Di struggente poesia è l’ultimo addio del soldato Demian morente: «Piccolo Sinclair, stai attento! Ora dovrò andar via. Può darsi che un giorno tu abbia bisogno di me... Se allora mi chiamerai io tornerò, ma non in modo grossolanamente esteriore, a cavallo o in treno. Dovrai invece ascoltare dentro di te, e allora ti accorgerai che sono nel tuo intimo». C'è in queste parole l’essenza del massaggio che Hesse ha consegnato alla gioventù europea: trovare se stessa. Da questa ricerca di un’umanità pura sono usciti capolavori che fanno di lui, accanto a Thomas Mann, il massimo scrittore tedesco dell’era moderna. Ogni libro di Hesse, che riposa a Montagnola nel Canton Ticino, è la confessione di una solitudine compenetrata di tutte le misteriose presenze dell’universo: fiumi, nubi, stelle, selve, bimbi, patria, terra. Premio Nobel nel 1946, aveva esordito nel 1904 con «Peter Camenzind» e «Sotto la ruota», due romanzi sulla sua adolescenza offesa. La protesta contro il mondo borghese vi prorompe in accenti angosciosi, per più tardi trasfigurarsi in un’atmosfera di eremitico sogno romantico e infine approdare a una serena sovranità spirituale alla luce della saggezza e della mistica orientali. Ecco allora «Siddharta» (1923), dove il figlio di un bramino si fa asceta, ma convinto che l’insegnamento di Budda non è ancora redenzione, ritorna nel mondo per conoscervi amore e ricchezza; disgustato dal proprio vuoto interiore, abbandonerà l’amata ed ogni bene; un mistico traghettatore gli insegnerà che il moto eterno dell’acqua è l’inarrestabile flusso della vita: «Cantava il fiume con la voce del dolore, cantava nostalgicamente verso la sua meta, era un lamento il risuonare della voce». Nato a Calw nel 1877, Hesse, educato nel più rigoroso pietismo, era evaso dalla casa paterna e dal seminario a diciassette anni, stabilendosi nel 1912 e poi definitivamente nel 1919 nel Canton Ticino, dove aveva appoggiato il messaggio pacifista di Roman Rolland contro la guerra; cosa che in Germania non gli verrà mai perdonata del tutto, come lo scrittore dovette amaramente constatare quarant'anni più tardi. Fu anche membro attivo della Croce Rossa di Berna. Se «Gertrud» (1910) e il romanzo coniugale «Rossalde» ci portano il soffio delle liriche e dei dolori dell’artista, compositore o pittore che sia, l’incanto della poesia si fa racconto in «Knulp» (1915), il cui solitario vagabondare è «Sprechgesang», canto parlato. Nei densi chiaroscuri di sole autunnale dell’«Ultima estate di Klingsor» (1920) irrompe il conflitto tra l’arte e la vita dei sensi. Il pittore Linsor, animato dalla fede che ogni casa della terra deve essere dipinta ed ogni donna sulla terra deve essere amata, va incontro alla fine in un’estate vissuta nell’orgiastica ebbrezza di una libertà assoluta dell’anima. Anticipa l’evoluzione dello sradicato sociale dell’esistenzialismo il protagonista di «Il lupo della steppa» (1927). Harry Haller è lo scrittore che vuole annientare in se stesso l’uomo borghese e, vivendo errabondo in un continuo delirio di suicidio, giunge alla sottile mediazione ironica di una saggezza che dovrebbe consentirgli di «rivivere nel mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse una rinuncia». Affiora continuamente nel romanzo il pensiero che una nuova guerra si va preparando: quasi vent'anni dopo, nel 1946, Hesse dovrà constatare che «Il lupo della steppa» era stato anche un angoscioso grido di rivolta di fronte alla guerra di domani e per questo l’opinione pubblica borghese e la stampa tedesca di allora lo avevano criticato «in tono cattedratico e con un sorrisetto di sufficienza». Mentre «Narciso e Boccadoro» (1930), delicata leggenda medioevale, riprende la tematica di Siddharta, dilatandola a più ampio respiro, nel «Giuoco delle perle di vetro» (1943) Hesse attua un parziale recupero dei valori umanistici tradizionali, proiettandosi in un remoto futuro, cento anni dopo i conflitti che hanno insanguinato il pianeta. La comunità monastica di Castalia, la roccaforte dello spirito, dedicandosi al «giuoco delle perle» che ubbidisce alle regole di una estrema sapienza iniziatica, celebra la sublimazione e «la sintesi di tutto ciò che è spirituale e artistico, il culto sublime, l’Unio Mistica di tutte le membra sparse della Universitas Litterarum». Quando, sopraffatto da una crisi, il capo della comunità evade nel mondo comune, come d’incanto gli si ferma il cuore. Allegoria tragica, a testimoniare che non vi è in Hesse alcuna regressione romantica nell’interiorità, ma piuttosto una strada che porta sempre più avanti.

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