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Il guardaroba di Madama

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Pier Paolo Mendogni

Oltre cinquantamila scudi d’oro suddivisi in vari sacchetti e forzieri; decine e decine di gioielli con diamanti, rubini, smeraldi, perle; braccialetti, anelli, collane d’oro; una quarantina di abiti dei più diversi tessuti – ermesino (seta leggera), raso, velluto, grograno (lana grossa), damasco, panno – una ventina di maniche, una quarantina di busti: l’inventario delle «Robbe di Madama Serenissima Margherita d’Austria», redatto dopo la sua morte ad Ortona nel 1586, a 63 anni, ci offre uno spaccato illuminante sulla vita, i costumi,  la cultura del Cinquecento ad altissimo livello ma estensibile anche al resto della società perché tra le migliaia di voci che compongono l’elenco figurano medicine, profumi, attrezzi di cucina, pignatte, stadere, tegami, padelle, «calzette di lana da fare la gelatina»; e generi alimentari, scatole con mustaccioli, scorze di cedro, lemoncelli, «persicata di Napoli».
L’inventario – che si rivela di eccezionale interesse e occupa un’ottantina di pagine a stampa – è stato studiato da Giuseppe Bertini e pubblicato dall’editore Giuseppe Allemandi con un’introduzione di Silvia Martini. Margherita d’Austria è stata una delle personalità più rilevanti nel quadro politico europeo del Secondo Cinquecento. Figlia naturale dell’imperatore Carlo V e di una ricca dama fiamminga, è nata nel 1523 e il padre, che l’ha legittimata, l’ha mandata a istruirsi in Italia a Napoli, Firenze, Roma dove ha alloggiato nel palazzo che da lei ha preso il nome di Palazzo Madama. Sposatasi a 13 anni con Alessandro de’ Medici, è rimasta vedova pochi mesi dopo per l’assassinio del marito. Costretta a risposarsi a Roma nel 1538 con Ottavio Farnese, di due anni più giovane, ha portato in dote il feudo d’Abruzzo.
Nel 1545 diventava madre di due gemelli, Alessandro e Carlo, quest’ultimo morto in tenera età: lei ne conserverà sempre il ritratto insieme al fratello «Signor Principe e Don Carlo puttini» rintracciato recentemente da Mariangela Giusto a Roma nella Galleria Corsini. In quell’anno il Papa Paolo III istituiva il ducato di Parma e di Piacenza per il figlio Pier Luigi, ucciso due anni dopo in una congiura. Gli subentrava Ottavio con non poche difficoltà. Margherita, con l’autorità del suo rango, aiutava il marito per consolidare il possesso di Parma e cercare di riprendersi Piacenza. La duchessa giungeva a Parma nel luglio 1550 e nel ’56 si recava a Bruxelles alla corte del fratello Filippo II, portandovi il figlio Alessandro. Tre anni più tardi lasciava Parma in quanto nominata governatrice delle Fiandre: un ruolo ricoperto con grande impegno ed equilibrio politico.
Ritornata nel Ducato nel 1568, ripartiva poco dopo per l’Abruzzo con la sua corte composta da nobili piacentini, due parmigiani – l’elemosiniere Servazio Cantelli e Giuditta Terzi dei conti di Sissa moglie del medico dottor Diemmi – e diversi fiamminghi. Dopo tre anni di permanenza a Cittaducale otteneva da Filippo II il governo dell’Aquila dove si trasferiva nel dicembre 1572 con tutto il suo ricco patrimonio. Qui venivano a trovarla il fratello don Giovanni d’Austria e più volte il figlio Alessandro che nel 1577, rimasto vedovo, le affidava la piccola nipote Margherita. Nel 1585 Madama si spostava con la corte a Ortona, dove si ammalava gravemente e il 3 gennaio 1568 dettava le sue ultime volontà, lasciando erede universale il figlio Alessandro Farnese, governatore dei Paesi Bassi. Il 18 gennaio moriva.
Le «gioie, gli ori et argenti», i «mobili pretiosi, le tappezzerie, letti et cose più importanti» vennero trasportati a Parma su diciassette muli insieme alla salma della duchessa, accompagnata da alcuni sacerdoti con le torce accese. Altri beni venivano spediti in trentotto colli in settembre, imbarcati a Ortona fino al Ferrarese da dove risalivano il Po fino al ducato.
Scorrendo l’Inventario – composto da oltre 2.500 voci – si entra nel prestigioso mondo di Madama Margherita cogliendone gli aspetti più diversi e anche i più intimi: la sua passione per la musica, per gli orologi (ne aveva molti preziosi anche in forma di gioielli); i ritratti dei personaggi che più amava o ammirava: il padre Carlo V, il Papa Paolo III, il figlio Alessandro, il marito Ottavio, il fratello Filippo II di Spagna, il cognato Cardinale S. Angelo (Ranuccio Farnese).
Messali, rosari, crocifissi, reliquie, anelli con l’Agnus Dei testimoniano la sua religiosità, legata alla guida di Ignazio di Loyola. Infine le tante «curiosità» come una «scatoletta tonda piena di manna», «una scatoletta piena del rimedio per la podagra», «un pezzo di alicorno», «tre ossi longhi di balena», «una scatola verde con dentro una rosa di S. Catherina», «due spadine piccole da giocar di scrima». Tutti elementi che ci aiutano a ricostruire una quotidianità, un modo d’agire e di pensare che la storia non ci ha tramandato.

 

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