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Nobel alla voce epica della Cina

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Giuseppe Marchetti

Chi non ricorda «Sorgo rosso», il romanzo di Mo Yan che nel '94 arrivò inaspettato in Europa (in Italia pubblicato da Theoria, e poi, nel '97 da Einaudi) finendo addirittura in un film che ebbe identico successo di critica e di pubblico? Ebbene, Mo Yan è il premio Nobel per la Letteratura che quest'anno s'inchina giustamente alla narrativa orientale. I giudici svedesi hanno premiato l'autore di «Sorgo rosso» per il suo «forte realismo che unisce racconti popolari, storia e contemporaneità»: un giudizio piuttosto superficiale, che tuttavia indica uno dei temi centrali dell'esplorazione culturale di quella civiltà antichissima legata appunto in tantissimi dei suoi artisti al racconto orale, alla storia e ai riflessi che questi due elementi trascinano dentro il turbine dei nostri anni. Del resto, Mo Yan era stato celebrato nel 2005 con il Premio Nonino per un altro suo libro molto fortunato «Addio mia concubina» (Einaudi editore). Una carriera di tutto rispetto, quella di Mo Yan, nato nel '55 nel distretto del Shandong; una carriera che si lega alla radice cinese rigorosissima nel conservare la tradizione poiché - come dice Acheng - «è lì che troviamo tutte le parole e i giochi e le cose spaventose della vita».  Sulla narrativa cinese, e più in generale sulla narrativa dell'Estremo Oriente, grava un pregiudizio che non possiamo e non dobbiamo alimentare: quello della studiata lentezza e arabescante naturalezza degli avvenimenti raccontati.
Già nel Duemila, quando il Nobel fu attribuito a Gao Xingjian per la totalità della sua opera ma, in particolare, per «La Montagna dell'Anima» (uno dei più importanti romanzi contemporanei, edito da Rizzoli) si sottolineò, da parte della critica, tale difficoltà che stride con l'impazienza dello scrittore occidentale e il suo bisogno di raccontare tutto il possibile e persino di più. Mo Yan (in cinese «Colui che non vuole parlare») ripropone sostanzialmente questo dubbio che in parte lui stesso risolve, e in parte invece resta a testimoniare della saggezza di un rito quale è quello del romanzo che Mo Yan persegue con incredibile precisione tematica e stilistica, dopo «Sorgo rosso», con «L'uomo che allevava i gatti e altri racconti» ('97) «Grande seno, fianchi larghi» ('02) e «Addio mia concubina» già ricordato, tutti editi da Einaudi.
Una siffatta memoria - osservava Claudio Magris scrivendo di «Le sei reincarnazioni di Ximen Nao» - è in grado «di assolvere con assoluta originalità al compito del narratore, che è quello di raccontare vicende individuali in cui prende volto la storia universale».
Nell'immenso affresco narrativo che abbiamo appena citato, la storia si riversa, infatti, proprio dentro il tema misterioso della reincarnazione, quando il proprietario terriero Ximen Nao diventa di volta in volta asino, toro, maiale, cane, scimmia e infine di nuovo essere umano. Mentre avvengono e si strutturano queste vite, la Cina moderna passa dalla riforma agraria al cosiddetto Grande balzo in avanti, dai Comuni - retaggio di una antica povertà - alla Rivoluzione culturale sino alla morte di Mao e alle più recenti innovazioni che non tolgono, sembra suggerire il romanziere, nulla allo spirito del Tempo, l'immutabile Tempo, e dei tempi, cioè agli anni della cronaca più vicina. Significativo è, per capire la narrativa di Mo Yan, il trafiletto che egli premise a «Sorgo rosso». Scriveva, infatti: «Con questo libro invoco rispettosamente gli spiriti eroici e oltraggiati che vagano negli sconfinati campi di sorgo rosso del mio paese natale. Sono un vostro indegno discendente, pronto a cavarmi il cuore, a marinarlo in salsa di soia, e a deporlo in un campo di sorgo, dopo averlo tagliato a pezzi e diviso in tre tazze. Mi inchino offrendovelo in sacrificio!».
Mirabile dedica, che dice tutto dello spirito con cui questo autentico narratore, anzi romanziere, si pone davanti alla  realtà, la sua, quella del suo tempo, ma soprattutto quella di una remota epopea che non cessa di impressionarlo e convincerlo. Ad essa fa riscontro - ed è come una luce che fa brillare ancora meglio i contorni del passato - la tragicomica grandezza della vita che Mo Yan sente come vita universale, vita delle creature tutte, contadini, soldati, monaci buddisti, maghi taoisti, uomini e donne che campano, lottano e muoiono sopra «una terra femmina», terra di rivoluzioni, ma anche di quiete, paci, di lunghi silenzi, di festose armonie con gli alberi, le messi, gli animali, gli astri, il sole, i tramonti, le piogge e gli infiniti sommovimenti dei vulcani. In «Il supplizio del legno di sandalo» (Einaudi, 2005) l'atmosfera palpita ancora inondata da una fisicità che è lo stile stesso del romanziere, il suo segno distintivo, la sua ribellione silenziosa. E anche quando la miseria, la povertà o la protervia devastano «il piccolo parlare» quotidiano, Mo Yan tiene aperto il varco del proprio sincero realismo magico: varco di nobiltà e di grandezza epica.
 

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