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Nedo, Renato e il Museo Bodoni

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Gustavo  Marchesi

Per sentirsi un tutt’uno con la natura, Nedo e Renato scrivono a penna sulle foglie, di una certa larghezza, spianate e seccate. Leggibili sì e no, per ovvie debolezze di inchiostrazione, vanno subito ricopiate finché il senso rimane in mente. Renato si sente più utile se la domenica accompagna Nedo a raccogliere foglie nei boschi. A Nedo mezzo storpio gli fa da stampella. Nedo ha qualcosa di vegetale, un’anima disincarnata, simile alle membrane che succhiano la luce. Con andatura ondeggiante procede a zigzag, anche se con l’apparenza di marciare diritto. Niente di più facile che si avviti e piombi in terra come un’anatra impallinata, spelandosi la faccia e le mani. Renato lo aiuta a rimettersi in piedi, non senza fatica. Nedo ci resta male, anche se sorride e deglutisce con una strana allegria, castigata ma non umiliata. 
Quest’anno, il giorno del genetliaco rendono omaggio al genio di Giambattista Bodoni, colpevole-meritevole anticipatore e diffusore del moderno stampato cartaceo, dove ogni traccia manuale è stata artatamente sostituita. Salgono all'ultimo piano della Pilotta, al museo del grande tipografo, vanto dell’editoria europea. Chiusi nei mobiletti, negli stupendi favi di legno, i punzoni, musica ordinata in caselle. Patinati come la mobilia di un’antica sagrestia.
Davanti, un colpo d'occhio: nel salone aulico, esempi di grafica anche prebodoniana. Tra essi un magico pizzico di Eneide («mens immota manet, lacrimae volvuntur inanes»), trasferimento in caratteri mobili del gusto di manoscrittura dei codici, segue il moto incerto e armonioso delle dita. Saltando con l'occhio dai manoscritti alle pagine geometriche del saluzzese, la fantasia si irrigidisce. Viene avanti l'intelligenza. Niente le resiste, mitologia, mistica, cosmogonia: falciate, piallate, rapate, tenute sottozero. Il freezer dei caratteri domina il tempio nuovo della scrittura.
Come tutti i templi, anche questo ha i suoi oggetti di superstizione. Quei mescoletti col manico a lunga punta di chiodo, schiumarole pantagrueliche, strane somiglianze con archibugi mozzati, balestre e pistole smontate, pendole, serrature, cassoni smembrati. Un fucile a bacchetta è soltanto un compositoio, simile in realtà alle vecchie bolle con le quali si equilibrarono le volte sottoposte al Teatro Farnese. Lo sbriciolio del mondo antico per insaccare, contrarre, sparare segni, bersagli di scrittura.
A capo del salone spunta il torchio sensazionale. Bodoni ricapitolava qui le sue fatiche. Come Cellini chinato all'imboccatura del forno, il maestro stampatore pregava e imprecava. La macchina, solida come un vascello, sopportava paziente prove e riprove, pugni, sterzate, assalti e insoddisfazioni. Solido armonioso e ricco lo è un torchio come questo. Assomiglia a una gran seggiola, con la spalliera a due pilastri corti, il trono di un oratore eccelso: adesso muto, vecchio, ampio, durissimo, raccoglie parole che soltanto altri diranno. Sedione galileiano, riformista, con la padronanza di un sereno organo da chiesa...
Tanta roba, troppa roba, troppa grazia. Chi scrive foglie ne ha abbastanza, dopo una breve ricognizione sloggia. I due visitatori considerano che nel bosco si fa anche con meno, molto meno, non meno bene, e tuttavia sincero. Nedo ripete i capitomboli e quando si rialza, pronto a ricadere, la sua scrittura scivolante, sbieca, porta qualche idea vergine: «Lasciate l’uscio socchiuso ai nostri dialetti come a quelli che verranno». 
Le parole si rincorrono, gridano, ruzzano. Reduci di museo, Nedo e Renato sono convinti di scrivere meglio se fingono di non scrivere. Sono forse più musica che parola? Può darsi. Non pochi professori d’italiano arricciano il naso a sentire che due giovanotti di libero costume trattano la grammatica come un genere pastorale. 
Ebbene diciamo la verità, al loro confronto la bodoniana diventa un’aula di torture: la lingua trapiantata coi ferri, piegata e ripiegata che serva a ogni bisogno. E di lì a usarla per raccontar balle, il passo è breve.

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