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Facce e anime in cornice

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 di Pier Paolo Mendogni

Si  può scrivere la storia in tanti modi. Marco Goldin con geniale intuito l’ha delineata attraverso i ritratti: religiosi e laici, di re e di mercanti, di contesse e di contadine; ed ognuna di queste persone, ritratte dai più grandi artisti dal Quattrocento al Novecento, è stata scelta per la particolarità del suo sguardo «che è il vero tema centrale», il nodo intorno a cui si compone e si dispone la mostra che festeggia a Vicenza (fino al 20 gennaio) la riapertura, dopo cinque anni di restauri, di quel magnifico, esemplare edificio che è la Basilica Palladiana. Una mostra che già nel titolo «Raffaello verso Picasso. Storie di sguardi, volti, figure» indica l’ampiezza di un intrigante cammino che va «dall’incanto rinascimentale all’inquietudine novecentesca», dalla ricerca della perfezione apollinea nel volto alla rottura della forma e alla ricomposizione su canoni diversi. E a sostegno delle sue scelte Goldin nel bel volume-catalogo edito da Linea d’ombra scrive pagine avvincenti come un romanzo: «attraverso gli sguardi che anticipano quelli dei giovani dipinti da Van Eyck, da Giorgione, da Durer, da Pontormo, da Raffaello e da tanti altri – annota – noi attraversiamo la vita e la morte di quegli sguardi, scendiamo con essi nel profondo». E il racconto goldiniano si sviluppa attraverso una novantina di quadri di autori straordinari, provenienti da vari musei europei e americani e collezioni private, suddivisi in sezioni tematiche che toccano: Il sentimento religioso; La nobiltà del ritratto; Il ritratto quotidiano; Il Novecento. Lo sguardo inquieto. Lo sguardo più descritto dagli artisti dal Medioevo all’Ottocento è quello di Cristo, quasi sempre in rapporto con quello della Madre negli anni della fanciullezza. Così il Beato Angelico ci mostra una Vergine dallo sguardo apprensivo mentre con un braccio circonda il Bambino e con l’altra mano stringe una rosa rossa con le spine, allusiva alla sorte che attende il figlio divino. Splendida la pala di Cima da Conegliano per l’atmosfera di spirituale sublimazione a differenza di Mantegna che dà carne ed emotività al Bambino e alla Madonna. La parata dei capolavori continua con la carica vitale di Lorenzo Lotto, la raffinata spiritualità di Giovanni Bellini, la plastica fisicità dal Bramantino, il brio gioioso di Piero di Cosimo e la carnale sensibilità del Guercino che oltre alla Madonna col piccolo Gesù e San Giovannino ci mostra un dolente e rassegnato Cristo flagellato, mentre il Cristo del Caravaggio dialoga con vivacità col suo carnefice. Lo sguardo tenero della fanciullezza si trasforma nella comprensione dolorosa della maturità per farsi maschera di sofferenza nella Crocifissione (Bellini, Antonello) e nella Deposizione che, dipinta dal Veronese o da Delacroix, rappresenta la coralità universale del dolore espresso in termini gestualmente diversi. L’Immacolata Concezione del Tiepolo si eleva allegoricamente nell’immensità del cielo dove, avvolta nel candore scintillante della purezza, schiaccia il nero drago-demonio, fonte del peccato originale (la mela).Dalla Vergine e dai Santi l’attenzione si sposta sugli uomini dove lo sguardo ha significati diversi anche in rapporto alla funzione del dipinto, in vari casi celebrativo del personaggio come il doge Trevisani di Tiziano, l’altero Filippo IV di Spagna di Velazquez, l’ambizioso Arciduca Ferdinando di Rubens. Van Dyck, Rembrandt, Hals mostrano una ricca borghesia formalmente austera e appagata mentre nel Settecento i nobili assumono un’aria più disinvoltamente elegante e gli abiti delle dame si impreziosiscono di pizzi e ricami. Ma c’è pure un «ritratto quotidiano» che rappresenta più fedelmente l’uomo nella sua fisicità e nella sua interiorità che traspare dallo sguardo «specchio dell’anima». I fiamminghi sono maestri nelle descrizioni minuziose e un po’ assorte (Van Eyck, Memling) mentre fanno emergere di più l’interiorità Durer, Raffaello, (Ritratto di Pietro Bembo) e soprattutto Giorgione che ci fa cogliere il respiro del giovane ritratto, così come Degas «scolpisce» le ansie dei coniugi Morbilli. E i sentimenti affiorano palesi nel «Medico» di Goya, in «Camille e il suo cane» di Monet, nella coppia che danza felice in un pomeriggio di festa a Bougival di Renoir. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nella pittura avviene un mutamento epocale dovuto alla disintegrazione della forma tradizionale e alla sua ricostruzione in termini nuovi. Promotori di questo mutamento sono Cézanne (precursore del cubismo) e gli espressionisti Van Gogh, Gauguin, Munch che esprimono pure l’inquietudine dell’uomo di fronte al progresso meccanico, tecnologico che lo coinvolge e lo preoccupa: un sentimento che affiora nelle persone ritratte. La svolta decisiva avviene con Picasso (qui con «Ritratto di donna» e «L’italiana») e col cubismo. Ma anche chi non aderisce a mutamenti così radicali evidenzia questo diffuso stato d’animo che ritroviamo nel giovane di Modigliani, nelle donne di Balthus per giungere ai violenti drammi individuali di Bacon e di Lucien Freud e a quelli meno estremizzati ma ugualmente intensi di Anton Lopez Garcia e di Andrew Wyeth le cui donne sole e solitarie restano impresse nell’anima. 
 

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