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La forza di Nunzio

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Pino Volpe

Nunzio aveva una forza spaventosa e per questo lo chiamavano sempre per eseguire lavori che altri non potevano fare. Si diceva in giro, forse erano solo chiacchiere, che avesse la «coda», quella rara caratteristica genetica di chi, forte nel tronco come lui, aveva i muscoli della schiena talmente sviluppati da spostare la punta delle ossa del coccige all’esterno. 
 Era un giovane modesto, non particolarmente brillante nell’intelletto, anzi un po’ più «lento» dei suoi coetanei, ma talmente buono e fermo nel carattere, con se stesso e con gli altri, da meritarsi il rispetto di tutti. Non mancava mai ai suoi impegni e sempre puntuale era al lavoro ed agli appuntamenti, tanto da essere preso spesso ad esempio dalle mamme nei confronti dei loro rampolli. Da ragazzo, durante la guerra, lavorava giù al Molino di  Santa Maria  La Scala, una piccola frazione del paese di Acireale, come tuttofare, da scaricatore a  carrettiere a muratore. Ogni giorno di buon’ora, che ancora manco albeggiava, come avesse una sveglia nel cervello, si alzava, si metteva addosso quel poco vestiario che la madre gli preparava e partiva dal quartiere del Carmine, attraversava quello del Suffragio, o dei Morti come meglio era conosciuto, e giù, giù lungo la via delle Chiazzette, una stradina vecchia quanto il cucco che, ricca di brevi tornanti, discende tuttora rapidamente il muraglione della Timpa acese sino al paesino a mare sottostante dove, al molino, lo attendeva una dura giornata di lavoro a caricare, trasportare e scaricare pesanti sacchi di farina.       Era un semplicione già da piccolo ed al buio lungo la discesa, per farsi coraggio, camminava radente il muro a crudo di pietra lavica che la costeggiava, strisciandovi sopra una corta canna e producendo così quel po’ di rumore che bastava a tenergli compagnia, perché non aveva mai avuto paura di quel che vedeva ma di ciò che non vedeva, giacché il coraggio chi non ce l’ha non se lo può mica inventare.  Il lavoro gli piaceva, anche perché gradiva molto le amichevoli pacche e gli sguardi sorpresi dei compagni di lavoro, dei mercanti o di chi si trovasse li per caso quando gli vedevano spostare e sollevare sacchi di farina o quant’altro fosse di peso notevole, con quella facilità solo a lui possibile.
      E chi avrebbe mai potuto contrariarlo o farselo nemico, senza poi «pagarne dazio» e doverne affrontare le conseguenze in una contesa, foss’anche amichevole, già persa in partenza, nonostante la sua bontà ed innata ragionevolezza l’avessero reso amico di tutti quelli che lo conoscevano.
      Quel mattino di luglio del ’41, più tardi delle altre volte, scendeva lungo la stessa stradina di malavoglia, come se percepisse qualcosa di strano nell’aria.       C’era troppo silenzio intorno a lui e mentre camminava, con più forza del solito, strisciava nervosamente la tozza cannetta sul muro, non riuscendo però affatto a vincere l’irrazionale disagio che quella notte senza luna gli metteva addosso.  A metà percorso raggiunse la piazzuola del Tocco dove il vecchio cannone monumentale, posto li all’incirca nel ‘600 per contrastare le scorribande dei turchi lungo la costa sottostante, tant’è che quella stretta stradina era stata costruita proprio come via di fuga degli abitanti della frazione a mare in occasione di queste sgradite ed improvvise visite, era stato spostato, all’inizio della guerra, in luogo più adatto e  rimpiazzato da un moderno pezzo da 105 mm.  Improvvisamente dal lato aperto del mare, da un punto imprecisato molto distante dalla riva, vide dei piccoli lampi di luce illuminare a tratti l’orizzonte ancora nascosto, quasi fosse l’inizio di un temporale.       Quale diavoleria li aveva prodotti, non certo le lampare delle barche da pesca, così rassicuranti nel loro ritmico dondolarsi.       Subito dopo dei botti, seguiti da sibili laceranti in avvicinamento, gli misero addosso una tale fifa da fargliela fare quasi addosso e senza accorgersene si rannicchiò in un anfratto naturale nella roccia, dal lato del muro, facendosi piccolo, piccolo per quanto la sua mole glielo consentisse.       Dei bolidi rumorosissimi gli passarono sopra la testa andandosi a schiantare, scoppiando, sulle case della città, uccidendo sul colpo o ferendo chi ancora, data l’ora mattutina, vi dormiva dentro.       E così continuò per un’ora buona, senza alcuna pausa tra un colpo e l’altro.       Albeggiava quando, ripreso coraggio ed aver pregato intensamente la Santa Trinità, la Madonna e tutti i Santi che conosceva, si alzò in piedi e vide alcune grosse navi, lontane diverse miglia dalla costa, vomitare fuoco senza sosta dai cannoni.
      Sulla piazzuola del Tocco sei soldati italiani  impauriti, stavano armando il cannone ivi posizionato e più per dovere che per certezza del risultato, una volta pronto al tiro, cominciarono a sparare sulle navi nemiche che, forti della distanza ed anche dell’imprecisione del tiro affrettato, non presero nemmeno in considerazione gli effetti, alti spruzzi d’acqua ben lontani dal bersaglio, di quell’unica bocca di fuoco presente lungo tutto il fronte della Timpa, tanto era sicuro il comandante della piazza d’armi di Catania che da li nessun pericolo sarebbe mai arrivato.       E così i sei serventi continuarono a sparare fino a stancarsi senza sortire effetto alcuno sulle navi nemiche che, per fortuna, non abbassarono mai il tiro su di loro e su Nunzio.       Il bombardamento marino sulla Città di Aci cessò cosi com’era iniziato, di colpo, lasciandosi dietro una tragica scia di morte e distruzione.       Ma in mare non tutto era finito.       Una piccola cannoniera italiana, sorpresa al largo dal nemico, puntava diritta verso la costa a tutta forza inseguita da una gragnola di colonne d’acqua più alte del ponte di comando, segno di  cannonate  andate a vuoto, quasi i tiratori nemici volessero solo metterle il sale sulla coda.       La sirena suonava senza sosta emettendo un lamento che straziava il cuore, quasi fosse il grido di un animale folle di paura.       Nella sua disperata fuga era quasi riuscita a doppiare la punta del porticciolo di Santa Maria la Scala quando un colpo, forse neanche voluto , la centrò in pieno senza lasciare scampo all’equipaggio.       Quell’affondamento era stato un atto inutile; tanto più che la piccola imbarcazione, che peraltro fuggiva in cerca di scampo, nulla avrebbe potuto contro le poderose corazzate nemiche.       L’episodio al quale aveva assistito lasciò senza parole il ragazzo, testimone involontario di quel primo atto di guerra sul suolo siciliano che da li a poco l’avrebbe interessato da vicino con l’invasione della Sicilia e poi dell’Italia intera da parte degli Alleati Anglo-Americani.       Unica volta nella sua vita, quel dì Nunzio non andò a lavorare perdendo in un sol momento le false paure della notte e la dolce ingenuità dell’età.  
 

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