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L'ultimo dei "ragazzi" di Toscanini

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Gustavo Marchesi
Dal ’45, difficile ricominciare. Qualcuno di loro non riusciva a riprendersi. Dino, un violinista ancora studente, aveva un principio di congelamento e quando smontò dal camion faticava a darci la mano. Altri per una sciocchezza si innervosivano, non potevano applicarsi.
D’estate, al centro di raccolta di Pescantina nel veronese, andavo con mio padre, che aspettava gli allievi di violino. Raccoglievano le pesche più grosse che trovavano in terra e si ingozzavano. Erano affamati, nei campi tedeschi, anche in quelli meno terribili, dove avevano trascorso gli ultimi due anni, una patata vizza era come da noi una faraona. E ti prendevano a botte se gli girava. A Pietro Tagliavini, una guardia gli spaccò il naso con un cazzotto perché non aveva capito i suoi ordini. Il professor Tagliavini era una una personalità fra le più elette del nostro territorio, ma nei lager tutti venivano livellati ai peggiori. Così si estirpava la civiltà ed era molto che non t’infilassero subito nella stufa a inquinare la purissima aria del Reich. Magari ti accompagnavano sul posto con la musica: a Dachau ho visto in foto un’orchestrina di prigionieri che suonava per i colleghi avviati all’ultima cottura.
C’è niente da fare, era gente seria abituata a comandare e a obbedire. Se non eri dello stesso parere, ne pagavi le conseguenze. Accadde a Càrpana, che non ce la faceva a camminare per un infezione a un piede e un nazi gli rifilò una baionettata. Alcide Càrpana di Felino (novant’anni compiuti a luglio) studiava anche lui al Conservatorio Boito di Parma, violino e viola, e prima di finire lo portarono a Stettino, e di là, quando arrivò l’Armata Rossa, fino a Kiev, e di là, dopo oltre un mese di viaggio, a Verona sullo stesso treno dove viaggiava Primo Levi (Alcide lo seppe dopo). Dunque a casa, e bisognava ricominciare, tornare in equilibrio su quelle corde sottili, appoggiare l’arco leggero ma non troppo, e tirarlo leggero ma non troppo, continuo, un canto legato e pieno: quello di Renata Tebaldi, sua compagna al Boito. E la ginnastica dei muscoli? Una parola cari miei, una rieducazione totale dopo la forzata inattività, un allenamento giorno per giorno, sotto il controllo attento inesorabile di quel Giuseppe Alessandri, gran maestro, che in classe diventava un leone in gabbia (lui, non meno di mio padre) e al trambusto accorrevano gli inservienti come all’ospedale, nel timore di qualche peggioramento del malato. Anni di recupero per Alcide, “mai fatto una sera a bere in un bar! Mai! Sempre sotto a studiare! Sempre!” ricorda al suo biografo Delsante. Avesse chiesto consiglio a qualche amico, forse gli suggeriva di imitare Giannino Carpi, il celebre violinista conterraneo, che da giovane per eludere la sorveglianza e correre a ballare, usciva dalla finestra sul prato, fingendo un attacco di sonnambulismo.
Dopo tante traversie di vita e tanta applicazione allo strumento, viene il giorno del diploma. Le porte della scuola si aprono ancora al futuro. Per i musicisti reduci di guerra incomincia una missione, un messaggio di pace e di riconciliazione in un’Europa ridotta in macerie. Uomini costretti a battersi e straziarsi, si trovano di nuovo faccia a faccia, stavolta con armi innocue, a suonare e ascoltare la musica che non ha confini sotto le volte dell’armonia. Con un ennesimo sforzo, Alcide, nome augurale per questo genere di imprese, vince un posto di viola nell’Orchestra della Scala. Salgono sul podio molti direttori stranieri, anche tedeschi che al tempo di guerra non stavano proprio dalla parte giusta e adesso portano i doni riparatori di una cultura finalmente risorta. Intanto le trasferte della Scala affollano le sale in Germania: una bella rivincita per chi era sopravvissuto ai campi di sterminio. E Alcide si rallegra due volte.
Anche se la sua soddisfazione maggiore ebbe nome Toscanini. Quel genio di nostra gente, che ormai era un mito e non sembrava più di questo mondo, uscì intatto, quasi da un disco, ottantenne ma ancora vitale, più bianco e più piccolo, ma ancora vitale, ancora più lunghe le braccia che arrivavano dovunque, insieme agli occhi dalle orbite profonde. Abbraccia i vecchi professori del teatro, in lacrime; piange anche lui, poi li strapazza, uno per uno, perché lui era così, come gli insegnanti del Conservatorio.
E loro i “ragazzi” gli vanno dietro, da cagnolini obbedienti. Càrpana in Italia è l’ultimo dei “ragazzi” di Toscanini, sente ancora nell’orecchio, nella mente, le sue parole, il suo ritmo, il suo transfert polarizzante: “Perché era bravo, era bravo! Come facesse… Noi lo seguivamo così…”.
 

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