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Un Correggio "salvò" Sant'Antonio

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La travagliata vicenda della nuova chiesa di Sant’Antonio abate (in via della Repubblica) ha avuto inizio tre secoli fa. Alla fine di settembre del 1712 per iniziativa del precettore cardinale Antonio Francesco Sanvitale iniziava la demolizione della chiesa – costruita nel 1404 dai monaci ospedalieri di Sant’Antonio con la facciata sul piazzale di Santo Stefano - e la mattina del 25 novembre veniva posta la prima pietra del nuovo tempio con una cerimonia officiata dal canonico della Cattedrale Antonio Giunti. Il primitivo sacro edificio non era stato demolito completamente: era rimasta in piedi la zona del santuario con due cappelle laterali per poter continuare le celebrazioni. Infatti la devozione verso Sant’Antonio abate era assai diffusa e molti fedeli - come ricorda Giustiniano Borra nei suoi «Diari» - facevano «ricorso al suo altare per ottenere sempre più le grazie che frequentemente ottengono dalla di lui intercessione». E il 17 gennaio 1713 nello spazio ridotto si celebrava la festa del Santo Patrono con la benedizione del bestiame e per la prima volta venivano distribuiti il pane benedetto e l’immagine del Santo da affiggere nelle stalle perché «restino preservati li animali da ogni male».

Il progetto del nuovo tempio era stato disegnato dall’architetto Ferdinando Bibiena, celebre a livello europeo, e i lavori venivano affidati ai fratelli Cristoforo e Angelo Bettoli, noti come Trivellini. Purtroppo verso la fine dell’anno seguente moriva a soli 54 anni il cardinale Sanvitale, munifico sponsor della chiesa per la quale aveva già speso diecimila scudi romani e i lavori si bloccavano per mancanza di fondi. Questa pesante situazione metteva a rischio uno dei sommi capolavori del Correggio, la «Madonna di San Girolamo», da lui dipinta tra il 1527 e ’28 su incarico di Briseide Colla, moglie di Ottaviano Bergonzi, per la cappella che la famiglia aveva in S. Antonio. 
Dopo la demolizione della chiesa, la preziosissima tavola veniva custodita dentro una cassa nella canonica e la tentazione di venderla da parte della precettoria era forte poiché giungevano cospicue offerte da ogni parte e soprattutto, nel 1748, dall’elettore di Sassonia Augusto III. Fortunatamente nello stesso anno il ducato il ducato di Parma passava ai Borbone e don Filippo il 29 novembre ordinava la traslazione dell’opera in Cattedrale nella stanza della Fabbriceria; nel 1764 la comprava per metterla nella galleria ducale annessa all’Accademia, pagandola una cifra molto alta, che consentiva la conclusione dei lavori e la riapertura della chiesa nell’ottobre del 1766.
I lavori, infatti, erano stati ripresi nel 1759, dopo ben 45 anni, grazie all’interessamento di don Giuseppe Mozzi e del vescovo Camillo Marazzani che riuscivano a convincere la Curia romana a finanziare «un sì bel tempio, meritevole per ogni riguardo d’esser condotto a perfezione». Ed effettivamente la chiesa costituisce uno dei maggiori capolavori del barocchetto italiano ed è rimasta pressoché integra nella sua versione originale con il doppio soffitto inventato da Ferdinando Bibiena che ha superato l’illusionismo ottico della prospettiva dipinta e ha creato con geniale virtuosismo uno spazio concreto in cui il soffitto si apre per lasciare vedere il cielo popolato di angeli in cui Sant’Antonio abate trionfa nella gloria. 
Il progetto bibienesco è stato mantenuto nelle sue linee essenziali e aggiornato nel linguaggio da Gaetano Ghidetti, architetto e pittore di prospettiva, direttore dei lavori e autore della sistemazione interna per la quale sono stati utilizzati i migliori artigiani. I lavori edili erano stati affidati ai fratelli Ottavio e Giambattista Bettoli, figli di Cristoforo, i quali demolivano il residuo della vecchia chiesa, completavano la parte superiore della nuova e il campanile. Alle rifiniture marmoree della facciata provvedeva Fancesco Albertolli.Nell’interno gli affreschi del soffitto venivano dipinti nel 1761 dall’abate Giuseppe Peroni, che si era perfezionato a Bologna all’Accademia Clementina e a Roma all’Accademia di San Luca. Il sacerdote pittore ha anche realizzato gli affreschi che decorano le cappelle e quello che fa da sfondo all’altare maggiore in cui Cristo appare a Sant’Antonio. I quadri per le quattro cappelle laterali sono stati commissionati da mons. Alessandro Pisani ad artisti di comprovata fama. Lo stesso Peroni ha dipinto il toccante Cristo crocifisso con la Madonna, San Giovanni e la Maddalena penitente. Al faentino Giovanni Gottardi, trasferitosi a Roma e socio dei Virtuosi del Pantheon, si deve la tela con San Pietro che, affiancato dal giovane San Giovanni, risana uno storpio. Il veronese Giambettino Cignaroli, artista di fama internazionale, realizzava nel 1766 lo splendido «Riposo durante la fuga in Egitto» in cui il caldo cromatismo fonde e accentua suggestioni orientaleggianti. 
L’ultimo quadro ad arrivare è stato quello di Pompeo Batoni, l’artista che brillava a Roma e dal quale tutti i personaggi illustri volevano farsi ritrarre. Nel suo «San Giovanni Battista parla alle genti» (1777) si respira un’aria classicheggiante nella solennità gestuale e nell’intensa spiritualità che vi aleggia. Lo «scrigno barocchetto» è stato illeggiadrito dai fantasiosi stucchi di Carlo Bossi e Giovanni Ghezzi e impreziosito dalle straordinarie sculture di Gaetano Callani rappresentanti le Beatitudini, che suscitavano l’ammirazione del Mengs, del Canova e del Piermarini che lo chiamava a Milano a decorare il salone delle Cariatidi a Palazzo Reale; nelle otto Beatitudini, infatti, il Callani passa dal barocchetto al neoclassicismo. Purtroppo queste statue denunciano vari danni e andrebbero restaurate come il resto della interessantissima chiesa in cui si è intervenuti dieci anni fa nell’abside con ottimi risultati, lasciando inalterato il resto che appare dolorosamente avviato alla fatiscenza fra il disinteresse generale dei parmigiani – che ignorano quale «gioiello» possiedano - e degli organismi pubblici. La prova? La chiesa è chiusa da tempo.
PIER PAOLO MENDOGNI
 

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