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Pace e amore per sempre

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 Umberto Squarcia
Restiamo umani» erano le parole che usava per concludere le sue lettere, i suoi scritti.  Sono rimaste le parole che ricordano il cammino percorso da questo giovane volontario delle pace e la utopia per cui ha vissuto la sua esistenza. A distanza di un anno e mezzo dal suo «martirio»  esce il volume «Il viaggio di Vittorio» scritto dalla madre Egidia Beretta Arrigoni  (Baldini Castoldi Dalai, pag. 185, 15 euro) interamente devoluti alla Fondazione Vittorio Arrigoni – Vik Utopia. Una madre che ha sempre mantenuto un legame vitale con il figlio pellegrino per terra e per mare lungo sentieri che lo portavano verso gli ultimi, gli oppressi, i bambini: «Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore darà frutti rigogliosi». Ripercorrere il viaggio della sua vita è stato per Egidia «un mio atto di amore per lui», parlare della sua vita, della sua utopia è stato il modo di rendergli  onore. Egidia ricorda Vittorio bambino. A nove anni aveva scritto a scuola un componimento per San Francesco. «Amava tutto il creato e le sue creature. Non solo il buono, ma anche il peccatore. Non solo l’agnello, ma anche il lupo, non solo la vita, ma anche la morte. Tutti sono per lui fratello o sorella» (04.10.1984). A 11 anni aveva scritto: «Noi dobbiamo seguire la via dell’amore, la via più giusta che ci spinge a morire per la salvezza degli altri» (01.05.1986). Vittorio ha mantenuto sempre una sua religiosità anche se con il tempo era diventato critico verso certi atteggiamenti e apparenze. Sul suo blog una volta aveva pubblicato una foto di Papa Ratzinger che indossava un paio di scarpe rosse di Prada accanto a una immagine di Gesù Cristo in croce con i piedi trafitti e quello di un uomo africano a piedi nudi con il commento «con quali calzature è lecito intraprendere la via del Signore?». Vittorio non aveva interessi verso la politica attiva, ma condivideva con sua madre un sentimento di indignazione verso le ingiustizie. Teneva nel suo studio un poster di Che Guevara con le sue parole «Siate capaci di sentire nel profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo». Quelle parole sono state un fondamento e un riferimento costante della sua vita. Ma anche le figure di Gandhi, di Oscar Romero, Falcone e Borsellino sono stati modelli ed esempi della sua vita: «Questi sono per me i veri rappresentanti di Gesù Cristo sulla terra. Coloro che si mettono in mezzo anche quando c’è un pericolo non è per incoscienza, ma è per il  senso di giustizia che appartiene a loro». Questa sua passione per la difesa dei più deboli, degli oppressi, degli ultimi lo porta a scegliere dall’età dei 20 anni in avanti le vie del volontariato, mettendosi semplicemente al servizio degli altri. I suoi primi viaggi di volontario sono nei campi profughi della Croazia, poi in Perù con l’operazione Mato Grosso, poi nei Paesi dell’Est Europeo, dell’Europa dimenticata e perduta. Poi l’Africa (Togo, Ghana, Tanzania): «Ho sempre pensato che oltre a lasciare un segno nelle anime delle persone, segno di umana passione, condivisione delle pene e infinita empatia, è necessario lasciar una traccia materiale come la pietra angolare di un ospedale, le fondamenta di un orfanotrofio per bimbi tristemente rinnegati dal mondo». Poi nel 2003 il suo primo viaggio in Palestina, e Vittorio si sente subito in sintonia con i palestinesi. Nei precedenti viaggi aveva incontrato soprattutto la povertà materiale o morale, in Palestina incontra l’aspirazione alla libertà. La partecipazione di Vittorio alle proteste, specie quelle contro la costruzione del muro dell’ apartheid, lo portò presto ad essere iscritto nella lista nera degli indesiderati in Israele. In quella terra di Palestina dove si confrontano e si scontrano spesso in maniera cruenta le forze di due popoli, Vittorio aveva scelto di praticare la interposizione non violenta. Proprio quello che, pensava Vittorio, nella striscia di Gaza dovrebbe fare l’ONU. Si trattava di una attività pericolosa, con i rischi ben conosciuti da Vittorio e dagli altri volontari che avevano vissuto la tragedia di Rachel Corrie. Venne più volte imprigionato e poi espulso da Israele, ma Vittorio riuscì a raggiungere Gaza via mare e in un’altra occasione dal confine con l’Egitto. Nel Dicembre del 2008 durante l’invasione di Gaza e le operazioni «Piombo fuso» Vittorio presta servizio sulle ambulanze correndo per le strade di Gaza city sotto i bombardamenti martellanti. Dopo la fine di «Piombo fuso»  e l’eco delle rivoluzioni arabe, che giunse anche nella fascia di Gaza, Vittorio e molti giovani, specie universitari di Gaza, si unirono in un movimento che contestava sia l’occupazione israeliana che la politica estremista di Hamas. Poi il 15 Aprile 2011 la tragedia e l’assassinio barbaro, crudele, inspiegabile, per mano di alcune frange di quel popolo che lui tanto amava: «Mamma, io sono disposto a dare anche la mia vita per i miei fratelli palestinesi». Sono le parole di Vittorio che il Cardinale Tettamanzi ha ricordato nella veglia per la sua liberazione. E infine le parole premonitrici di Vittorio: «La storia siamo noi che mettendo a repentaglio le nostre vite abbiamo concretizzato l’utopia regalando un sogno, una speranza a migliaia di persone» (Gaza 03.09.2008). Vittorio, come Charles de Foucauld, Oscar Romero, come tanti altri è stato un martire che ha dato la sua giovane vita per i suoi fratelli:  «Vittorio tu vivi in tutti noi, che raccogliamo il tuo messaggio e vogliamo sognare, come te, un mondo dove regna la pace e camminare all’insegna del tuo motto: Restiamo umani!» (Padre Angelo,francescano).
Il viaggio di Vittorio - Baldini Castoldi Dalai, pag. 185,15,00

 

 

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