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Verdi, formazione di un genio

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di Gian Paolo Minardi

In una lettera del febbraio del 1871 al ministro Correnti che lo aveva invitato a far parte della commissione governativa per la riforma degli studi musicali, Verdi scusandosi per non poter aderire all’invito rievocava come «negli antichi Conservatorj di Napoli, diretti da Durante e da Leo» non vi fossero norme di insegnamento: «Essi stessi creavano la via da seguire. Erano vie che in alcune parti differivano fra loro, ma entrambe buone. Né più tardi v’eran norme d’insegnamento con Fenaroli, che lasciò i suoi ''partimenti'' ora adottati da tutti ». Il ricordo di quella «grande scuola di Fenaroli» tornerà in una lettera del 21 gennaio 1883 all’amico Piroli per ribadire la propria convinzione sull’efficacia dell’insegnamento come lo si esercitava nei «Conservatori come erano anticamente a Napoli /..../ un’istruzione pratica, soda, seria, senza esagerazioni, senza permettere all’immaginazione dei giovani di crearsi degli idoli da imitare più tardi». Convinzioni che nascevano da quanto apprendeva dal suo maestro Vincenzo Lavigna che, appunto, del Fenaroli era stato allievo e che al tempo stesso – è sempre Verdi a ricordarlo a Florimo nel gennaio 1871 - «prendeva lezioni particolari da Valente. Valente è nome poco conosciuto da noi, ma voi altri dovete conoscerlo bene. Lavigna ne aveva altissima opinione e se si deve giudicare da cinque o sei fughe originali che Lavigna conserva e da molti soggetti di fuga, che han servito anche per i miei studi, Valente era contrappuntista molto, ma molto più sicuro di Fenaroli». Questi richiami ad un momento significativo della formazione di Verdi - formazione «privata» dopo la mancata ammissione al Conservatorio di Milano, dovuta, nonostante il perdurare di una falsata aneddotica, ai limiti pianistici del giovane e non alle invece riconosciute attitudini musicali - trovano un riverbero molto suggestivo in un importante volume di Giorgio Sanguinetti, apparso di recente nella prestigiosa collana della americana Oxford University Press  nel cui ricco catalogo il musicologo parmigiano è l’unico studioso italiano a figurare. «The Art of Partimento» si intitola l’ampio studio che Sanguinetti, professore presso l’università romana di Tor Vergata nonché attivo presso alcune Università americane, ha condotto attorno ad un aspetto della teoria musicale noto come ''partimento'', una pratica che dal tardo cinquecento e lungo il periodo barocco è stata legata alla tastiera, dell’organo come del clavicembalo, quale stimolo per l’improvvisazione, movendo dalla rassicurazione di un basso numerato ma che poi nel settecento è diventato uno strumento didattico di grande efficacia, praticato soprattutto dai musicisti napoletani, vero e proprio emblema operativo di quella gloriosa scuola la cui luce si è diffusa così suggestivamente lungo l’intera Europa. E’ un tessuto straordinariamente ricco quello che va diramandosi da questa esperienza che l’autore esplora con una intelligenza analitica acutissima nell’individuare le diverse personalità, da Alessandro Scarlatti a Durante, a Leo e a tanti altri «minori», osservate su un terreno operativo che al tempo stesso è il tramite fecondo della propria individualità creativa. Un ruolo centrale, per la continuità di una pratica che entrerà nel laboratorio di molti musicisti dell’ottocento, quello di Fedele Fenaroli la cui immagine ancor oggi, più che al modesto lascito artistico è affidata a quei «Partimenti» che anche Verdi ricorderà come prezioso strumento formativo. Un’esperienza che è andata ampliando le prospettive rispetto all’iniziale supporto per l’improvvisazione, divenendo uno strumento di indiscussa duttilità per il compositore, una rassicurante linea progettuale che spiega anche la velocità del comporre dei nostri operisti (Sanguinetti cita le cinque settimane impiegate da Donizetti per «Lucia») . Il «Partimento» come base di partenza, dunque, traccia nella sua configurazione temporale, di un progetto poetico o drammaturgico che andrà via via arricchendosi con l’apporto della fantasia. Utilmente Sanguinetti richiama l’affinità con il canovaccio della commedia dell’arte, filo conduttore di un processo creativo che pur nella imprevedibilità e nella libertà di svolgimento della vicenda trae origine da una coerenza di base. Ma il viaggio compiuto dal nostro musicologo attraverso la ricostruzione di una storia, complessa quanto variegata, osservata nel privato della bottega di ogni musicista, si muove lungo una prospettiva più ampia e anche ambiziosa che è quella di rinnovare la pratica compositiva in termini attuali, quasi una simulazione rivolta ai giovani apprendisti ai quali l’autore, come nei panni di un «vecchio maestro napoletano», e pur nella consapevolezza di operare di fronte ad un orizzonte così profondamente mutato, rivolge l’invito, attraverso la proposta dei modelli attraverso cui il «Partimento» è andato sviluppandosi, via via più complessi, a mettere le mani in pasta, per acquisire quella istruzione «soda, seria, senza esagerazioni» che pretendeva Verdi: «Finiti gli studj, l’alunno, sicuro di sé, si slanciava nel mondo, e se era un eletto creava e portava le meraviglie dell’arte nostra nelle Corti e nei paesi stranieri».

 

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