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Da Napoleone a Maria Luigia

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Rosa Necchi
Le lettere, ultimo volume dell’enciclopedia Storia di Parma, edita da MUP con il sostegno della Fondazione Monte di Parma, Camera Commercio di Parma, Università di Parma, è dedicato alla letteratura parmigiana, dal 1200 ad oggi. Di seguito si pubblica un contributo della Professoressa Rosa Necchi, dal titolo «Il periodo napoleonico e l’ingresso di Maria Luigia a Parma (1796-1816)».
Il 6 maggio 1796 le truppe del generale Bonaparte varcarono i confini del ducato parmense senza incontrare la resistenza dell’esercito borbonico. Fino al 1801 la sovranità di Ferdinando di Borbone non venne ufficialmente posta in dubbio dai nuovi governanti. Morto Ferdinando nel 1802, all’effimera reggenza della vedova Maria Amalia successe Médéric-Louis-Élie Moreau de Saint-Méry, in carica fino al gennaio 1806. Dopo la proclamazione di Napoleone a imperatore (1805), gli Stati di Parma e Piacenza vennero incorporati nel Regno Italico, e poi annessi all’Impero.  Il 16 marzo 1814 i Francesi conclusero la loro dominazione sul ducato.
A facilitare il passaggio dei poteri ai Francesi contribuì il cauto riformismo di Moreau de Saint-Méry, protettore delle arti nonché vivace uomo di studi. Sul finire del 1802 fu lui a chiamare Gian Domenico Romagnosi alla cattedra di diritto pubblico dell’Ateneo parmense; il giurista si trattenne in città fino al 1806. La relativa pace sociale garantita al ducato dall’amministrazione francese incoraggiò i poeti a sfruttare modalità encomiastiche già applicate con successo ai governanti borbonici. I letterati parmensi allinearono una lunga serie di tributi in versi alle nuove autorità politiche.
Così avvenne per i festeggiamenti allestiti a Parma per il passaggio dell’imperatore nel giugno 1805; e così era accaduto, per la visita di Pio VII, al rientro da Parigi dopo avere incoronato Napoleone. Il transito del pontefice fu di ispirazione anche per uno dei capolavori bodoniani; per impulso del papa, l’anno seguente Giambattista Bodoni compì infatti l’«Oratio Dominica in CLV linguas versa et exoticis characteribus plerumque expressa», con prefazione trilingue e testo composto in duecentoquindici serie di caratteri e centocinquantacinque lingue. Cerimonie pubbliche accolsero la ricorrenza di San Napoleone del 1806. Nello stesso anno vide la luce il «Bardo della Selva nera», poema in cui Vincenzo Monti applicava a Napoleone, vincitore ad Austerlitz, un’efficace personificazione allegorica.
 Ma pressoché tutti i principali eventi biografici napoleonici ottennero immediate glorificazioni, perlopiù attraverso la tipografia bodoniana; in effetti, per l’eccellenza del suo magistero, Bodoni poté attraversare indenne ogni mutamento istituzionale.
Scandita dagli eventi che segnavano la vita pubblica del ducato, la produzione poetica locale registrò poche voci di dissenso. Mette conto ricordare Jacopo Sanvitale, autore di un irriverente sonetto per la nascita (il 20 marzo 1811) del figlio di Napoleone e di Maria Luigia d’Asburgo-Lorena, che costò al poeta un periodo di reclusione. In epoca napoleonica seguitavano a far udire la loro voce alcune figure di spicco della trascorsa stagione borbonica. È il caso di Angelo Mazza, che nel 1801 pubblicò i propri «Sonetti su l’armonia», e un decennio più tardi accettò di collaborare al «Giornale del Taro». Continuava a offrire il proprio contributo alla poesia ducale anche Antonio Cerati, prolifico autore di elogi, epistole e poemetti, nonché curatore, nel 1801, dell’edizione postuma delle Poesie di Prospero Valeriano Manara. Nel 1810, il genovese Gioacchino Ponta scelse i torchi bodoniani per il proprio poema «Il trionfo della vaccinia», in cui venivano ripercorsi la secolare diffusione del morbo vaioloso e il finale successo della scienza medica sulla malattia.
 Accanto a moduli didattico-scientifici perdurava anche un’attardata sensibilità arcadica squisitamente pastorale, ben rappresentata nei componimenti che il magistrato borgotarese Giuseppe Bonvicini riunì in un volume di «Pensieri poetici» (1797). Fra i poligrafi attivi a Parma merita un ricordo il veneto Michele Colombo, destinato ad attraversare varie stagioni culturali e curatore di un impegnativo «Decameron» corretto ed illustrato con note. Se Colombo trovò nel ducato un ambiente favorevole ai suoi studi, numerosi furono peraltro i letterati che decisero di allontanarsene.
Una progressiva «diaspora intellettuale» fece perdere a Parma, fra gli altri, il medico Rasori, dal 1796 attivo a Milano. Avverso a Napoleone, nel 1806 anche il traduttore Michele Leoni si trasferì nel capoluogo lombardo, rientrando nel ducato solo nel 1822, quando già si era insediata Maria Luigia d’Austria. Per disposizione del Congresso di Vienna, nell’aprile 1816 Maria Luigia era infatti entrata nei territori parmensi con il titolo di duchessa, accolta dall’ossequio poetico di almeno cinquanta letterati. Vedeva allora la luce il volume collettaneo In occasione del solenne ingresso in Parma di sua maestà la principessa imperiale Maria Luigia che si proponeva di porgere il benvenuto dello Stato alla nuova regnante. All’insegna della continuità, la poesia seguitava a farsi strumento di encomio del sovrano, acclamando l’avvento di un’epoca nuova per il ducato, e avviando inedite quanto proficue relazioni fra cultura e potere.

 

 

 

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