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Il critico sedotto da Parma

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 Un secolo fa, nasceva a Maglie in quel di Lecce, Oreste Macrì che nel suo prezioso libro di ricordi «Le mie dimore vitali. Maglie Parma Firenze», curato da Anna Dolfi nel '98 per Bolzoni, scrisse: «Vi nacque tre anni dopo di me l'insigne uomo politico Aldo Moro casualmente, da maestro elementare barese, donde gli amici  celiavano sui due ermetismi: il suo politico, il mio letterario». Chi scrive conserva tra i puoi libri più cari «Caratteri e figure della poesia italiana contemporanea», Vallecchi editore, '56, che seguiva a quindici anni di distanza «Esemplari del sentimento poetico contemporaneo» che aveva fondato e sostenuto proprio quei concetti sull'ermetismo che il giovane professore magliese aveva concepito tra il '36 o il '40 alla luce «della gioventù creativa della mia generazione», confessava, vissuta tanto intensamente nell'ambiente fiorentino con Bo, Landolfi, Luzi, Bigongiari, Parronchi, Pratolini e Bilenchi. Una generazione che Oreste Macrì ritrovò intatta nei fervori e nelle idee, quando nell'anno scolastico 1942-'43 ottenne una cattedra di Lettere alla scuola media «Salimbene» di Parma. Macrì conosceva già da prima l'ambiente culturale della città. Molte lettere ci sono rimaste nelle quali i suoi corrispondenti esaltavano da lontano questa città «très douce», secondo la definizione di Attilio Bertolucci ricordata dallo stesso Macrì, il quale aveva ricevuto in quei giorni anche una lettera singolare e spiritosa di Gianfranco Contini che si complimentava con lui tracciando un incantevole profilo di Parma: «Carissimo, già la Gazzetta di Parma (fa a proposito i miei complimenti alla redazione della terza pagina, ringraziandomeli che me la mandano, la seguo fedelmente) m'aveva informato del tuo prossimo arrivo nella stupenda amatissima città dei borghi e delle strade, città senza vie e svasata senza cornicioni e rossa, e sonora e  passeggiata da straordinarie bellezze umane, versa un mio ricordo  d'affetto dagli ariosi ponti sul Parma...». Vi rimane dieci anni a cavallo tra i tempi bui e atroci dell'ultima fase della guerra e i primi anni della speranza e della ricostruzione: giorni, mesi e anni di fatiche, e di illusioni, ma anche di intimo e ben radicate amicizie che insieme ricordammo con infinita nostalgia nel gennaio del '96 quando il Comune di Parma gli conferì la cittadinanza onoraria dalle mani del sindaco Stefano Lavagetto. Piacque davvero al professore pugliese il clima della città, gli piacquero i modi civili delle chiacchierate, le accese discussioni letterarie, le compagnie, i ritrovi: «Rammento l'amico Pietro Barilla che veniva a trovarci al Tanara: conduceva artigianalmente e con giuste macchine il suo eccellente mulino per il quale si faceva fare da Mattioli i cartelli pubblicitari... Il legame sincronico, specificamente poetico, con Parma mi si annunziò  con un'antologia di adolescenti poeti parmensi, che ricevetti a Maglie pochi mesi prima di partire; s'intitolava “Pianura”, volumetto azzurro con quel titolo emblematico d'anima e di paesaggio». E qui i nomi fioriscono, nomi di amici  o che tali diventeranno per merito della letteratura, del giornalismo ma soprattutto della poesia, Mario Colombi Guidotti, Gian Carlo Artoni, Francesco Squarcia, Pietrino Bianchi, Tito De Stefano, Ferdinando Bernini e Mario Rino Ferrara. Di questi e di tanti altri ricordi, profili, libri e incontri si parlava con Macrì senza alcuna limitazione o inciampo: l'assistenza una memoria lucida e implacabile, talvolta addirittura sarcastica: quella memoria che egli sapeva travasare da una cultura letteraria eruditissima e allo stesso tempo chiara e persuasiva, la cultura dei suoi tanti libri che non staremo adesso ad elencare, da quelli dedicati alla poesia italiana e spagnola, a quelli sulla teoria della letteratura, dai profili degli scrittori – memorabile quella di Paul Valéry – ai racconti delle «Lettere a Simeone» ai saggi sulla critica d'arte.
Ci fu chi nei tempi passati riscontrò in molte pagine macriane un eccesso di specializzazione, una inutile complessità. Ma a costoro rispondeva bene Luigi Baldacci quando, recensendo  «Realtà del simbolo» nel '68 scriveva: «Poi t'accorgi che da quei gangli s'irradia un tessuto nervoso oche è già la struttura portante di quella che sarà la storia di domani».
Sempre, in Macrì, vibra questo dono d'anticipazione, il suo saper guardare avanti in nome di quella «poetica della parola» che gli serve per la ricerca di una terra promessa e di una realtà perduta cui appunto solo la parola poetica può richiamarsi come guida e come scorta. Ecco il suo magistero rimasto  vitalissimo e provocante lungo il corso degli anni e sino agli ultimi e sempre operosissimi, accompagnato dai suoi più intimi poeti, Angel Crespo, Machado, Guillen, Jeménez, Valéry, Alonso scrittori di un'intera esistenza, compagni di cammino o maestri, proprio come è stato o rimane per noi Oreste Macrì nostro concittadino.

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