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Raccolte parmensi di stampe

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Giampaolo Mora
L' invenzione della stampa da incisione risale alla metà del XV secolo.   Utilizzata in un primo tempo per produzioni devozionali ed in seguito per arricchire di illustrazioni libri di pregio (per tutti basterà citare l’Hypnerotomachia Poliphili) la stampa si rivela ben presto strumento prodigioso per la riproduzione e la diffusione delle invenzioni del pittore o per la traduzione su carta di opere pittoriche già realizzate.   Sempre più numerosi sono gli artisti che si cimentano direttamente col bulino o che ricorrono ad esperti della nuova tecnica incisoria.   L'insorgere della passione per la raccolta di stampe coincide con l’affermarsi dei primi grandi incisori, già nella seconda metà del quindicesimo secolo; per il nostro Paese basti ricordare tra gli altri Maso Finiguerra, Mantegna, Pollaiolo; tra gli incisori nordici Dürer e Luca di Leyda.
  Di questa passione dà testimonianza il Vasari il quale scrive nell’edizione giuntina delle Vite (1568) che le incisioni del Dürer per la loro novità e bellezza "erano in tanta reputazione che ognuno cercava di averne".   In Francia il collezionismo si era sviluppato principalmente ad opera di chi già all’epoca possedeva una biblioteca della quale le stampe erano definite secondo il linguaggio dell’epoca "beaux ornemens". Si trattava di principi, abati, uomini di cultura, mecenati, in gara fra loro per accaparrarsi i fogli più pregiati. Famosa la raccolta dell’abate Michel de Marolles, ricca di oltre 193.000 esemplari, che fu poi acquistata da Colbert nel 1667 per conto di Luigi XIV per la somma di 28.000 "livres".
   In Italia i cardinali Scipione Gonzaga e Girolamo Casanate e il cardinale Lambertini, poi divenuto Papa, vengono ricordati tra i primi a dar vita a importanti collezioni di stampe.   Ma stando all’abate Zani, "nella nostra Italia il più ricco Gabinetto (di stampe) ch’ella vanti è quello della casa Corsini in Roma".   I principi e i cardinali della famiglia Corsini all’inizio del XVIII secolo avevano affiancato alla loro famosa biblioteca una ricca collezione di opere grafiche che fu poi donata, due secoli dopo, alla Accademia dei Lincei e successivamente affidata in custodia al Gabinetto Nazionale delle stampe ove tuttora si trova.
  A Parma, il primo ad intuire l’importanza della conservazione del patrimonio culturale rappresentato da una raccolta di stampe fu l’abate Pietro Zani, nato a Fidenza il 4 settembre 1748 "da genitori di nessun censo, tranne il ricchissimo dell’onestà "(Affò-Pezzana) . Lo Zani si dedicò giovanissimo allo studio delle stampe, avendo accesso alle raccolte dei più noti collezionisti del tempo e dei musei ove erano custoditi i capolavori dei grandi maestri dell’incisione. Fu così che ebbe occasione di rinvenire nel novembre 1797 alla Galleria degli intagli di Parigi la rarissima incisione "La Pace" niellata nel 1452 dal famoso Maso Finiguerra.   In un libro pubblicato nel 1802, dal titolo "Materiali per servire alla storia dell’incisione in rame e in legno" l’abate, divenuto peritissimo cultore e storico dell’arte incisoria, lamentava "la perdita di un importante gabinetto di stampe, quello dell’abate Carlo Bianconi, pari per qualità dei fogli, a quello famosissimo dei Conti Corsini in Roma."      Per riparare il danno subito dal patrimonio artistico italiano, a seguito di tale perdita, l’abate esortava il conte Antonio Remondini famoso collezionista e il parmense signor Massimiliano Ortalli "nel cui petto albergava la nobile passione delle stampe" a proseguire nelle loro già pregevoli raccolte "assai ragguardevoli per bellezza non solo e rarità."   Di Massimiliano Ortalli (1742-1833) l’abate Zani ebbe a scrivere: "Cortesissima persona, passa lodevolmente l’agiata sua vita tra le stampe e il pennello. Egli non possedeva che una timidissima raccolta d’incisione e a me fu dato di sviluppare i semi della nobile passione che egli covava in seno si che la sua collezione forma un insigne ornamento della Sua patria". Ma questa passione, che portò l’Ortalli a raccogliere e catalogare ben sessantamila stampe, ebbe effetti rovinosi per il suo patrimonio al punto di indurlo, anche su pressione dei famigliari, a mettere in vendita in tutto o in parte la preziosa raccolta. 
 Venuto a conoscenza delle intenzioni dell’Ortalli, il grande incisore parmense Paolo Toschi, preoccupato non meno dell’abate Zani che una così prestigiosa raccolta finisse per essere smembrata o nella migliore delle ipotesi acquistata da grandi collezionisti e traslocata dal Ducato, propose all’Ortalli di acquistarla.    Il contratto fu stipulato il 4 agosto 1827 per un importo di quarantacinque mila lire nuove, da pagarsi con un acconto di cinquemila lire e il saldo in sei rate annuali di uguale valore. Il Toschi non intendeva certo approfittare delle difficili condizioni economiche dell’amico Ortalli ma voleva evitare ad ogni costo la dispersione di un irripetibile patrimonio artistico nutrendo la speranza che la munifica duchessa Maria Luigia provvedesse poi al definitivo acquisto. Così avvenne.   L'iniziativa del cav. Paolo Toschi, da lei preposto alla direzione della Accademia di Belle Arti, fu altamente apprezzata dalla duchessa che fece dono dell’importante raccolta alla Ducale Biblioteca di Parma.
 Della straordinaria collezione fanno parte opere di incisori delle scuole italiane (tra cui il Parmigianino, Marcantonio Raimondi, Salvator Rosa, il Tiepolo, Carracci) e numerosi esemplari delle più importanti scuole europee. Purtroppo l’integrità di alcuni fogli risulta compromessa a causa dell’inadeguata tecnica conservativa ottocentesca.   Di Massimiliano Ortalli il Toschi perpetuò il ricordo incidendone il ritratto accompagnato da queste parole: "rinomato raccoglitore di 60 mila intagli in legno e in rame dei quali fu arricchita per grande magnificenza sovrana la ducale parmense biblioteca correndo l’anno 1828".   Il Toschi era riuscito nell’intento per l’autorità che gli derivava dalla fama acquisita attraverso le sue incisioni sempre più apprezzate e richieste, anche all’estero, ed altresì per gli incarichi di prestigio conferitigli dalla Duchessa, quali le decorazioni del Nuovo Teatro Ducale e la direzione della Accademia di Belle Arti, del cui ampliamento fu incaricato assieme all’arch. Bettoli.
   Si deve dunque all’abate Pietro Zani e a Paolo Toschi se l’importante raccolta Ortalli sia rimasta a Parma per aggiungersi alle preziose opere custodite nella Palatina.   Non era riuscito invece l’infaticabile abate fidentino ad impedire lo smembramento di una straordinaria raccolta di ben 33 mila "intagli" in rame e in legno appartenuta al parmigiano conte Giulio Scutellari alla cui distinta famiglia aveva dato lustro anche il celebre Iacopo, medico dell’imperatore Rodolfo II. Recatosi nel 1775 a Roma dove lo Scutellari custodiva la sua collezione lo Zani ebbe la ventura di trovare quasi intatta la raccolta, ma non riuscì a convincere il conte a mantenerne l’integrità.   Ne abbiamo notizia dal conte Antonio Cerati in una sua inedita dissertazione dal titolo "Sentimenti di un parmigiano - Elogio del Conte Giulio Scutellari".   Presso la biblioteca Palatina dal 1838 è custodita anche la collezione del canonico Balestra, oggi Fondo Parmense, ricca di 1067 esemplari via via accresciuta con acquisizioni successive per volontà di Angelo Pezzana, direttore della Palatina dal 1804 al 1862, che intendeva integrare il già cospicuo corpus della collezione Ortalliana con fogli mancanti o meglio conservati. 
 Nel 1865 assieme alla biblioteca Borbone di Lucca, viene acquisito il Fondo Palatino composto da 379 incisioni e numerose litografie.    La Palatina ospita anche la collezione di Pietro Fainardi (1760-1829) che fu stimato funzionario del Ducato e professore onorario della Università di Parma. La raccolta, interessante sotto l’aspetto iconografico, si compone di 236 ritratti di "persone illustri parmigiane" e di "forestieri" che con la città di Parma avevano avuto rapporti o relazioni (come uomini di stato, prelati, nobili e uomini di cultura). Di particolare interesse sull'argomento l’esauriente studio inedito di Caterina Silva.   Meritano di essere ricordati anche il fondo Michele Mariotti, e le 36 incisioni del parmigiano Ettore Mossini da lui donate alla Palatina. Non è qui possibile dare conto delle esistenti collezioni di privati che se pur ben lontane, come numero di fogli, delle raccolte Ortalli, Scutellari e Balestra, rappresentano un importante deposito culturale tenuto in vita dalla passione di raffinati collezionisti parmensi.
   Le raccolte parmensi non possono essere messe a confronto con le più famose collezioni europee (Albertina di Vienna, British Museum, Louvre), ma rappresentano pur sempre un patrimonio culturale di altissimo pregio valorizzate, nel secolo scorso a Parma, da due importanti studiosi: il prof. Guglielmo Capacchi ed Emilio Mistrali.   Il prof. Capacchi, uomo di vasta e profonda cultura, autore di numerose opere su Parma e la sua storia, contribuì ad arricchire le collezioni dei privati mettendo a loro disposizione fogli rari attinenti all’ambito parmense e non solo. Scrisse una storia dell’incisione in Parma, aggiornando e completando l’ormai risalente opera di Pietro Martini.   Emilio Mistrali, dopo una fruttuosa esperienza di consulente delle principali case d’aste europee, si dedicò alla vendita di stampe di alta qualità, organizzando memorabili mostre monografiche tra cui una sul Parmigianino e una su Goya. Scrisse e pubblicò uno studio sul Parmigianino incisore che, resta un’opera fondamentale, citata sovente dagli studiosi, per la sua profondità di indagine e l’accuratezza della descrizione dei singoli stati dei fogli.    Sull'opera incisoria del Parmigianino rivestono grande importanza i recenti scritti del prof. Massimo Mussini, critico d’arte, docente presso l’Università di Parma.
 

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