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Bacchini, l'Oscar con tutte le liriche

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di Giuseppe Marchetti

Non è senza emozione che anche noi frequentatori di poesia da almeno cinquant'anni, prendiamo in mano l'Oscar Mondadori  di Pier Luigi Bacchini, «Poesie 1954-2013», curato da Alberto Bertoni con un apparato bibliografico molto puntuale opera di Camillo Bacchini affettuoso interprete del padre. 
Non è senza emozione che scorriamo titoli e pagine: un giorno per calcolare quanto ancora restava da suggerire ad un certo Novecento che giungeva  alla metà della sua strada, e ora, invece, per cercare di capire  dove questa strada ci ha condotti, e perché siamo giunti sino a qui,  e dove ancora saremo se il viaggio continuerà. «Le mie  poesie iniziano con felicità, con gioia» - scrive il poeta. Non  sempre però fu così. In fondo a questo volume dove s'annidano  «Prime e ultime», cioè le scelte da «Dal silenzio d'un nulla» e  da «Canti familiari» (1954 e 1968) i testi hanno soprattutto una vibrazione drammatica, contenuta, sofferta: «Ho la guerra in me / e riporto sconfitta; / non ho pugno serrato, / la vita sospinge, è autunno».
 Ma poi, mano a mano che ci si addentra nelle raccolte successive,  quello che porteranno Bacchini a concepirsi «un pesce nel ventre  di mia madre / nel buio», in una perenne «gestazione» che coincide  con la volontà di nascere al mondo per toccare «combinazioni d'infinitesimi equilibri verso l'ultima forma» - siamo in «Distanze fioriture» (1981) - l'Io delle prime raccolte si stempera in un più  argomentato universo sul perimetro del quale il poeta osserva appunto il moto d'infiniti astri, sassi, fiori, metope arcaiche, pianeti, pulsioni di acque e terre, di giardini e di cuori: il tutto unito a tratti da un fremito funebre: «Morte. Nel silenzio della farmacia ogni sostanza / è disposta  aloé, nelle scansie, vasi / in penombra, dosature. Veleni e chiavi». Si preparavano i contatti con «Visi e foglie» ('93, Premio Viareggio) ricercando una voce altra: «Qui ha voce il pianeta. / I raggi di rifrazione / nell'acqua», e gli uccelli e i fiori dentro quella «destrutturazione»; come la definisce Bertoni, che culminerà strano a dirsi, nel romanzo «Ultima passeggiata nel parco» ('03) dove Guido e Carla trovano un antefatto esplicito nell'archetipo romanzesco degli «Indifferenti»  di Moravia - suggerisce ancora  Bertoni, scantonando  così vistosamente dalle regole dell'Officina parmigiana dominata da Bertolucci. E qui la strada si biforca: «Guardo la mia mano, divenuta un po' nodosa, / un po' dolente. Il tuo  volto di morta, / pallido, nell'ombra. Un quadro / di defunte corolle, non odorose. Tra poco / accenderemo il fuoco, come fosse inverno». 
E' il paesaggio ibseniano di Bacchini, il suo Nord, è la regione  della solitudine che si spacca in due territori, in due fasi di «Scritture vegetali» ('99) là dove appaiono  le carie delle ossa vicino al «succo amaranto del mosto», mentre «il vento porta odori di camini spenti». Rifugiato in campagna e in casa, Pier Luigi si immerge  nella propria piccola «urna d'acqua», come immaginava Ungaretti, e vi riposa in un grande affresco che non ha più nulla di sentimentale, e che anzi si contempla finito - giusto  in tempo per la resa - col suo angusto regno di memoria, ma contemporaneamente  liberato dei sotterfugi del lirismo e del compianto.
 Un nuovo poeta, dunque, quasi un personaggio degli antichi e nobili «dialoghi» cinquecenteschi: «Qui vennero persone che profondamente / sapevano  delle distanze degli astri, / e nutrivano il problema della conoscenza / ma discorrevano con tranquillità e una certa allegria. / Ne vado orgoglioso, / erano venute a trovarmi, e la loro allegria non era  che un adattamento alla vita». Qui si tocca il nucleo di una nuova consapevolezza. Siamo alla fine del secolo e del millennio, il poeta percepisce il proprio luogo naturale («Quando ero  albero») e il suo essere creatura soffre di una forma elementare  di paganità: «Gli angeli / immagino che siano vicini ai vegetali / nella loro freschezza»: una forma che lo seduce e lo lascia stranito. Nelle «Contemplazioni» del 2005 tale forza appare poi meravigliosamente  risarcita in effetti e metafore: «Attendo l'ottobre che ha il suono appena percettibile / delle sue spoliazioni. / Giorni  di malattia. / Di quello che con tanta lentezza ho pensato / mi rimane una confusa immagine del divino. / Forse ho scritto parole che  valgono qualcosa, / - la mia poesia specola del pianeta; / ma fra tutto preferisco l'incoscienza giovanile, / quelle nuotate al largo  grandi onde / il mio corpo cioè, / quando ero immortale». 
E Bacchini  fa seguire il nome, il nome magico, che ancora lo conforta, Lucrezio, con il suo universo che si espande segnato di volta in volta in quel «taccuino» che egli porta con sé «da consegnare forse ad altri». 
Proprio questa estrema virtù della poesia segna il ritmo  dei «Canti territoriali» ('09) dedicati al figlio e dunque innestati  nella volontà di quella consegna prima annunciata. 
Noi stessi, che  abbiamo accompagnato il poeta dalla metà dello scorso secolo a  oggi, dal lirismo fermo degli inizi alla contemplazione della «tremenda concretezza del mondo», dalla vaghezza degli indici scientifici delle parole e delle immagini alla «messa in moto» del presente più che mai inquieto, noi stessi adesso avvertiamo,  oltre l'usura degli anni, l'eredità di questa poesia  incessantemente erede di se stessa, chiamata a testimoniare per vocazione alla vita e alla «stagione la meno dolente / d'oscuramenti e di crisi», come scriveva Cardarelli, in grazia di una memoria che non si è mai arresa. 
Poesie 1954-2013Mondadori, pag. 366,  18,00
 

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