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Cecrope Barilli, maestro di vita e di valori veri

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Giuseppe De Rita

Dal presidente del Censis riceviamo e pubblichiamo una testimonianza su Cecrope Barilli ricca di  riflessioni sul suo magistero morale e intellettuale.
G entile direttore,
lunedì scorso (27 maggio ndr) la Gazzetta ha pubblicato un ricordo di Cecrope Barilli nel centenario della nascita, dando peraltro conto di un seminario dedicato a «Cecropino» qui a Roma, al Censis, con i suoi antichi allievi ed amici.

Forse non tutti a Parma, anche fra quelli che hanno visto me e il Censis frequentare per anni città e hinterland, riescono ad afferrare il collegamento fra due mondi umani e culturali apparentemente molto diversi; ed invece fra Cecrope e me (e quella parte di Censis che mi assomiglia) c’è stato e c’è un rapporto profondo, anche se mai esplicitato al mondo: devo a lui le più sottili componenti della mia personalità e sono convinto che quel tipo di logica formativa che egli ha perseguito sia necessaria ancora più di ieri. Chi come me studia la nostra società sa infatti che la crisi che attraversiamo non è solo socioeconomica ma antropologica: crisi dei comportamenti, degli atteggiamenti, dei riferimenti valoriali; crisi della concentrazione e della riflessione individuale; crisi delle relazioni interpersonali e della loro qualità; crisi delle speranze collettive di fronte all’esplodere (ma anche alla corruzione egoistica) della soggettività individuale. 
Di fronte a questa crisi si reagisce slittando in alto con prediche sull’esigenza di fare bene comune, coesione sociale, sintesi politica. Ed invece sarebbe giusto riprendere la lezione di Cecrope: quando la crisi è antropologica, ruota cioè su debolezze della personalità individuale, allora è sui singoli, sulla costruzione della personalità dei singoli, che occorre lavorare. Qualcuno, provocatoriamente, ha proposto di rilanciare l’esercizio gesuita degli esercizi spirituali. Io non vado così nell’intimo anche religioso delle persone; ma mi ritrovo a sentire come attualissima la concezione formativa di Cecrope. Egli era spietatamente volto a de-costruire nei giovani le «impalcature di parole» su cui tutta la nostra didattica ufficiale si conforma; voleva ripartire dalla semplicità rudimentale di ciascuno di noi. Non posso dimenticare che mi ha insegnato a cantare in coro, a cantare eleganti canzoni francesi e inglesi, a fare danza popolare, a esprimermi in esercizi di giuoco drammatico, a parlare ordinatamente in pubblico, a conquistare cioè quella scioltezza ed agevolezza mentale e fisica che mi ha protetto negli anni dai venti di irrigidimento e aggressività che arrivano sempre nella vita.
 Il mistero di Cecrope era nel fatto che quando noi giovani ventenni facevamo quelle esperienze sentivamo che erano «belle», che in esse circolava il segreto potere del bello. E, come diceva lui, chi sente che una cosa è bella capisce che è anche giusta. Se non interpreto male, Cecrope non era un esteta, era un cultore del giusto che utilizzava la cultura del bello. Dio sa quanto nella nostro crisi antropologica ci sia bisogno di tanto bello e di tanto giusto. 
 C’è un segreto legame fra il bello e il giusto, ed è l’impegno a che le cose siano fatte bene. L’impulso formativo di Cecrope era tutto orientato ad un «artigianale» impegno a far bene quel che ci tocca o ci piace fare. Cecrope ha passato ore a insegnare come con le proprie mani si costruisce un flauto e si inventa un aquilone oppure si costruisce un gruppo e lo si fa lavorare: bisogna saper fare le cose, non solo saper esprimere parole e concetti. E se le hai fatte tu le cose, allora le ami e le conservi, in una fedeltà al proprio lavoro che Cecrope ha esercitato per tutta la vita, incurante del giudizio e del successo esterno. 
E’ evidente, per chi ripercorra quel che ho scritto fin qui, che egli non voleva essere un costruttore di classe dirigente. Non amava pensare che stesse formando persone che un giorno sarebbero diventate «qualcuno»; egli aveva il sogno che tutti i ragazzi che facevano un percorso con lui fossero solo se stessi, in una continua semplicità di vivere. E’ stato detto che era, il suo, un approccio minimalistico, ma sappiamo tutti quanto sarebbe utile il minimalismo in una società così drammaticamente gonfiata da grandi eventi, grandi emozioni, grandi drammi, grandi messaggi, da apparire quasi deformata, inelegante nella sua sostanza ed immagine. Solo chi combina minimalismo ed eleganza intellettuale oggi può esprimere anticorpi al disastro antropologico che incombe su di noi. Cecrope lo sapeva, ed ha sempre lavorato a combinare gusto dell’eleganza e delle piccole virtù. Da vero parmigiano, mi viene da dire, se penso a due miei amati amici locali, uno suo e l’altro mio coetaneo (Pietro Barilla e Giorgio Orlandini).

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  • marco

    05 Giugno @ 08.41

    Se uno non sa chi era Cecrope Barilli, da questo articolo si capisce che era insegnante ma non in che materia. Chi cerca nel Web, trova solo informazioni sul pittore omonimo, nato nel 1839. Quindi, per promuovere la cultura locale, si potevano aggiungere due righe di nota biografica, per far conoscere un personaggio ancora "sconosciuto" nella rete, in quanto la ricerca su Google restituisce solo questo articolo.

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