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Anni '70, tensioni e illusioni

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Francesco Mannoni

Nato come scrittore di noir e polizieschi di successo, il torinese Alessandro Perissinotto con «Le colpe dei padri»  (Piemme, pag. 316, euro 17,50) approda al romanzo sociale  e racconta l’Italia degli anni Settanta, le lotte operaie, i disincanti e gli errori di un tempo scardinato dalle ideologie a buon mercato. Ma soprattutto narra la crisi di Guido Marchisio, un manager che professionalmente vive di scompensi, ed è più che normale che al crescere delle difficoltà cresca anche il suo prestigio professionale: lui è un tagliatore di teste, un cinico che fa del cinismo il suo strumento di lavoro. A un certo punto però arriva la crisi personale per via dello spettro del suo doppio, un certo Ernesto che incontra casualmente. E la sua vita comincia ad apparirgli in una dimensione diversa che ottunde gli ambiti infinitesimali del rimorso mentre scivola in un declino inarrestabile. Con questo romanzo che è il ritratto profondo di un tempo affidato alla memoria storica, Alessandro Perissinotto è finalista al Premio Strega come lo scrittore più votato dalla Giuria. Serata finale il 4 luglio a Roma, al Ninfeo di Villa Giulia.

Perissinotto, con questo romanzo ha voluto rievocare Torino e la sua maggiore fabbrica in un periodo non certo facile per l’Italia?
Nelle mie intenzioni è il romanzo di tante città e di tante fabbriche. Poi ho scelto Torino perché è la mia città e un laboratorio rispetto ai cambiamenti economici e sociali: li ha sempre preceduti rispetto alle altre città d’Italia. Però penso che la storia di Guido Marchisio e dell’industrializzazione è in fondo il tradimento del territorio, e in questo la storia torinese potrebbe essere la storia di Taranto, di una certa Milano o di Detroit piuttosto che le città del Nord della Francia.

Perché ha scelto di raccontare la crisi di un tempo difficile attraverso la vicenda personale di un manager squalo?
Perché credo che il romanzo, contrariamente al saggio, debba utilizzare la vita dei personaggi per raccontare i grandi problemi. Che non possa raccontare le questioni sociali in maniera astratta: quello che sconvolge la vita di Guido Marchisio è la casualità, ma anche l’incarnazione in alcune vite della crisi che professionalmente lo fa trionfare e personalmente lo fa crollare. La situazione un po’ lo travolge, ma questo non gli impedisce in piena crisi di liquidare la moglie e cercarsi una donna più giovane.

La reazione sentimentale opposta al tracollo del momento?
La vita di Guido Marchisio è una parabola. Lo troviamo all’inizio del romanzo all’apice del successo, e alla fine in una situazione ben diversa. L’abbandono della moglie che lo ha seguito per tanti anni, risponde alla domanda di cinismo che il suo lavoro impone; la giovane fidanzata da esibire come un trofeo risponde alle necessità d’immagine che il suo lavoro esige. Non è una sorta di contrappasso quello dei sentimenti, ma a un certo momento è quasi un’estensione del lavoro a tutte le sfere della vita. Che, proprio per questo motivo, quando l’orizzonte professionale dei suoi valori cambia, anche lo sfondo sentimentale si modifica.

Il romanzo è ambientato negli anni Settanta, ma quante somiglianze con la nostra attualità!
Ho iniziato a scriverlo proprio rendendomi conto delle somiglianze, tanto è vero che il periodo dell’ambientazione - gli anni Settanta e il 2012 - sono binari temporali che viaggiano paralleli. Per la verità gli anni settanta sono riscoperti da Guido Marchisio nella ricerca del suo doppio, negli aspetti che più marcatamente ricordano l’oggi: lo scontento della gente, il senso di oppressione e di abbandono da parte del potere e la crisi, ma anche i primi licenziamenti Fiat negli anni Settanta e Ottanta, decine di migliaia di cassaintegrati e oltre duecento suicidi fra gli stessi. Abbiamo liquidato quegli anni con l’etichetta di anni di piombo, dimenticandoci di tutto quello che è successo e di far tesoro di quella lezione.

Nel romanzo c’è una sottile distinzione tra uomini d’azienda e uomini di fabbrica. Qual è la differenza?
Guido è antipatico e odioso per buona parte del romanzo, e per dipingerlo in questa maniera sgradevole volevo farlo risaltare su personaggi che hanno invece degli aspetti più gradevoli. Fra questi ci sono gli uomini di fabbrica per i quali il valore di un’azienda sta nella qualità del prodotto che vende, nell’innovazione e nella progettazione. Per Guido invece, e per altri uomini dell’azienda, il suo valore sta nel profitto, e curano il bene dell’azionista prima ancora che il bene della fabbrica.

Guido Marchisio è un riflesso dell’uomo col pullover a capo della Fiat?
Questa somiglianza è stata riscontrata dopo. Per l’anima nera di Marchisio, ho pensato al dirigente di un grosso gruppo del mondo economico d’Oltralpe, che quando s’installò a capo di un’azienda spostò le persone e invertì i ruoli, annullò qualsiasi professionalità vietando persino di mettere le fotografie personali sulle scrivanie per attuare una strategia di annullamento dell’individualità del personale. Nel giro di un paio d’anni all’interno del gruppo ci furono ottanta suicidi di gente che non aveva perso il lavoro, ma era soggetta a un mobbing strisciante. Mi sono ispirato a questo dirigente più che ad altri facilmente individuabili. Poi è chiaro che ogni romanzo ha dei personaggi che sembrano modellati sul qui e sull’oggi anche se collocati in altre epoche e in altri luoghi.

Ha abbandonato definitivamente il romanzo noir per quello realistico?
Secondo me c’è una grande continuità tra il romanzo noir e quello realistico. La critica letteraria ormai da una decina d’anni insiste sul fatto che il noir è il nuovo romanzo sociale. Per me il cambiamento ha significato semplicemente passare da un romanzo dove l’evento tragico è un delitto, a uno in cui l’evento drammatico è un altro delitto, ma in questo caso contro il lavoro. Non so se tornerò al poliziesco, ma per me, in questo momento, era più che naturale fare questo passaggio.

Le colpe dei padri
Piemme, pag. 316, euro 17,50

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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