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Arte, secoli di passione e bellezza

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 di Pier Paolo Mendogni
Barone Giorgio Franchetti, nonno e nipote: stesso nome, stesso cognome, stessa nobiltà, stessa passione per il collezionismo d’arte. Il più anziano, il nonno (1865-1922), persona coltissima, amante della musica e musicista, verso la fine dell’800 ha iniziato a raccogliere dipinti toscani del Rinascimento, allargando i suoi interessi dopo il trasferimento nel 1891 a Venezia dove ha acquistato la Ca’ d’Oro per collocarvi la sua collezione, che si è arricchita di capolavori straordinari (Mantegna, Tiziano, Van Dyck). Il più giovane, il nipote (1920-2006), ha vissuto a Roma dove dagli anni Cinquanta ha frequentato il gallerista Plinio De Martiis e il mondo degli artisti (Twombly, Rotella, Burri, Tano Festa, Schifano, Angeli), collezionando le loro opere più significative. Per la prima volta le due collezioni si «incontrano», si raffrontano nella suggestiva cornice del palazzo veneziano nella mostra intitolata «Da Giorgio Franchetti a Giorgio Franchetti. Collezionismo alla Ca’ d’Oro» (fino al 24 novembre), curata da Claudia Cremonini e Flavio Fergonzi come il catalogo, introdotto dalla soprintendente Giovanna Damiani e contenente diversi saggi soprattutto sulla sezione contemporanea. Un’iniziativa ardita quanto stimolante perché anche i lavori contemporanei si sono storicizzati e costituiscono delle preziose testimonianze documentarie. La Ca’ d’Oro col suo prestigio architettonico e ambientale è il luogo ideale per ospitare e valorizzare opere d’arte, prima fra tutte il sommo capolavoro del Mantegna: quel dolente San Sebastiano (il terzo da lui dipinto, 1490) atrocemente trafitto dalle frecce, che rivolge implorante gli occhi innocenti al Cielo: monumento eterno alla drammaticità del dolore fisico e spirituale. Nell’ambiente veneto ritroviamo Vittore Carpaccio con un trittico sulla vita della Vergine, scandito da ritmate architetture: l’Annunciazione, la Visitazione e la Morte alla presenza degli apostoli. Il più tardo Cima da Conegliano presenta la Madonna nella ricchezza della sua interiorità. L’eco di Leonardo si avverte nel dipinto di Agostino da Lodi, quella di Raffaello affiora nella tavola con la Madonna, il Bimbo e San Giovannino di Andrea del Sarto felicemente restaurata e una nota correggesca si coglie nella Madonna col Bimbo di Bernardino Zaganelli. Nel grande salone caratterizzato dagli arazzi fiamminghi sono raccolti altri capolavori che il barone Franchetti ha scovato inseguendo un «sogno di universalità del bello»: la «Venere allo specchio» (1555) di Tiziano che si copre pudicamente un seno con la mano sinistra, ma la sua morbida sensualità viene accentuata dalla pelliccia che fodera la veste; più casta, anche se nuda, è la «Venere dormiente» di Paris Bordon, distesa in un ombreggiato quieto paesaggio. Altri capolavori sono il ritratto di Marcello Durazzo eseguito da Van Dyck, le due «Vedute» veneziane di Francesco Guardi, le sculture in bronzo di Tullio Lombardi. La passione del nonno si è trasmessa al nipote, Giorgio junior, ingegnere civile e imprenditore di successo, fortemente attirato dal mondo dell’arte. E la passione l’ha spinto a farsi collezionista, mecenate e compagno di strada degli artisti. «Giorgio Franchetti - ha scritto Elisa Francesconi - ha soprattutto contribuito alla formazione del milieu culturale nel quale gli artisti hanno operato. Fu promotore di situazioni decisive nel progressivo rinnovamento del linguaggio artistico del secondo dopoguerra; situazioni che ebbero un valore esemplare per le generazioni di giovani che iniziavano a muovere i primi passi tra il 1950 e il 1960 e divennero poi i protagonisti del panorama artistico italiano del decennio successivo». La mostra si concentra proprio sugli anni Sessanta e Settanta, sul periodo in cui gli artisti «iniziarono a riflettere sul nuovo significato dell’autoreferenzialità della tela, dell’assoluta autonomia del colore dal mondo visibile» in sintonia con quanto avveniva nell’arte americana.Troviamo così i principali protagonisti con un antenato, Giacomo Balla, le cui prime opere futuriste dedicate alla velocità (1913) liberano le forme pittoriche in senso astratto. E su questa linea si trovano la «Rivolta» di Turcato e «Superficie argento» di Castellani. Pietro Manzoni va oltre  i limiti della tela con «Batuffoli di cotone» e i fratelli Francesco Lo Savio e Tano Festa superano l’informale sperimentando il valore del colore: Tano punta sulle scansioni ritmiche e successivamente in lavori di grandi dimensioni scompone e ricompone immagini tratte da Ingres e Michelangelo. In ampie dimensioni si esprimono pure Cy Twombly (La caduta di Iperione), Franco Angeli (Half dollar) e Mario Schifano che rivisita il futurismo a colori. Mario Ceroli riprende nel legno «L’uomo di Leonardo» e Pino Pascali si richiama alla guerra con la metallica «Contraerea». Ontani e De Dominicis lavorano sulle fotografie e un particolare simbolico legame con Venezia, per la presenza di valletti settecenteschi, presenta Giulio Paolini con gli elementi naturali «acqua, aria, terra, fuoco». 

 

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