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Provincia americana, ombre e misteri

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Aprire un libro di Stephen King è come recarsi a un appuntamento con un vecchio amico. Sai già cosa aspettarti, eppure lui, l’amico di sempre, è ancora in grado di stupirti, raccontandoti di qualcosa che ti sconvolge e che ti tiene avvinto alle sue parole. In realtà, a voler essere del tutto onesti e obiettivi, l’ultimo romanzo di King, «Joyland» (Sperling & Kupfer, pag. 350, euro 19,90), non inizia proprio col piede sull'acceleratore. Bisogna superare le prime centocinquanta, duecento pagine prima di arrivare all’esordio delle peripezie. Ma tant'è. Alla fine il meccanismo, anche se tardivo, s'innesca ed è allora che parte una corsa contro il tempo, in cui il desiderio di sapere come andranno le cose confligge inevitabilmente con la velocità, meccanicamente limitata, con cui l’occhio riesce a scorrere pagine e parole. Uscito in contemporanea internazionale (e al momento senza una versione e-book), «Joyland» rappresenta un lungo flashback, in cui il protagonista, Devin Jones, ripercorre nei ricordi l’estate trascorsa a Heaven's Bay, nella Carolina del Nord, nel 1973, quando, studente squattrinato, si era fatto assumere a Joyland, un luna park preso d’assalto ogni estate da orde di bifolchi affamati di divertimento. E Jonesy aveva dovuto occuparsi proprio di loro: essere simpatico e divertente, mentre moriva di caldo impersonando il cane-mascotte Howie dentro un soffocante costume di pelo sintetico. Ma Devin aveva accettato tutto di buon grado, perché aveva il cuore a pezzi dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza e così, anche se la paga era misera e il lavoro sfiancante, Joyland era divenuto la sua casa. Ma presto Dev aveva anche scoperto che quel luna park nascondeva un terribile segreto: la Casa degli Orrori era abitata dal fantasma di una donna selvaggiamente uccisa proprio lì quattro anni prima. Il Perturbante era allora entrato nella vita di Jonesy e lo aveva trasformato per sempre. Ma un orrore ben più spaventoso e concreto si nascondeva a Joyland. E le ultime pagine del romanzo sono proprio il racconto di quell'orrore. Bella davvero questa storia, così dolcemente immersa nell’atmosfera ovattata della provincia americana e al contempo piena d’ombre e di mistero. Bella la struttura a Bildungsroman, cioè a romanzo di formazione, in cui si racconta la frattura, il rito di passaggio, che ferocemente, sanguinosamente precipita il protagonista nell’età adulta. E bello, soprattutto, l’innesto della ghost story sull'impianto della crime & detective story. Lo stesso editore americano del romanzo, Charles Ardai della Hard Case Crime, ha infatti definito questo libro un «whodunit», e cioè una sorta di «giallo deduttivo». Tutto questo, d’altra parte, ci riporta con prepotenza ai grandi «luoghi» della narrativa kinghiana, a quei nuclei tematico-strutturali che caratterizzano l’intera produzione narrativa dello scrittore del Maine. E stiamo pensando non solo alla scelta dell’estate come momento liminale, di soglia (elemento che si ritrovava già, ed esempio, nello splendido racconto lungo «Stand by me», anch’esso parabola struggente sulla violenza della crescita e della maturazione). Ma pensiamo altresì alla scelta degli anni Settanta, decennio cronologicamente privilegiato da King per l’ambientazione dei suoi romanzi, quello in cui iniziò peraltro la sua carriera di scrittore di successo. E ricordiamo poi la traccia decisa che lasciano anche in questo romanzo (che pure non è affatto una storia horror) la componente orrifica e soprannaturale. Inoltre, la presenza nel romanzo di un ragazzino portatore di un handicap fisico ma dotato di un terzo occhio che gli permette di vedere oltre il visibile è un potente filo rosso che ritroviamo in moltissime altre opere kinghiane. Ma c'è qualcos'altro su cui vale la pena riflettere e cioè il valore simbolico e significante che acquisiscono spazio e tempo nel romanzo, uno spazio e un tempo che portano con sé anche una ben precisa immagine di uomo e della realtà stessa. In effetti l’ambientazione nel periodo estivo (tempo d’elezione per svago e vacanza) in un parco di divertimenti diviene luogo dell’orrore in modo potentemente ossimorico perché contraddittorio. E racconta di una spensieratezza che mai può essere priva di inquietudine perché il Perturbante, spettrale o materico che sia, si cela con perversa malizia nella più inopinata e svagata quotidianità. Perché il Male vive dietro (e dentro) la più apparentemente innocua amabilità.
Joyland - Sperling & Kupfer, pag. 350, euro 19,90

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