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Ex Carmine, quel crollo annunciato

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Giuseppe Martini

In una data, 13 settembre 1913, che forse avrebbe fatto insospettire i Maya, il crollo della copertura anteriore della chiesa del Carmine squarciò la mattinata parmigiana segnando una tappa traumatica nella storia della trecentesca chiesa dei Carmelitani calzati, che l’avevano abbandonata centotredici anni prima a seguito delle massicce soppressioni napoleoniche dei conventi italiani. Erano in corso in quel momento i lavori di ristrutturazione dell’edificio per trasformarlo in auditorium del Conservatorio di musica, da alcuni decenni alloggiato nei vasti locali dell’ex convento, lavori avviati il 3 gennaio 1910 su progetto di Lamberto Cusani, poi sospesi dopo dieci mesi per crisi di fondi e ricominciati il 9 gennaio di quel 1913 sulla base di un secondo progetto.
Secondo i tempi e le speranze la nuova sala da concerti si sarebbe dovuta inaugurare con  l’esecuzione dei quattro Pezzi Sacri di Verdi, e per i quali l’allora direttore del Conservatorio Guglielmo Zuelli era in quei giorni a Milano per cercare i solisti adatti. Alle 11 di mattina cominciarono a sentirsi crepitii e a cadere calcinacci.
Questi primi segnali di instabilità devono essere stati sufficientemente dilatati per qualche secondo, visto che quaranta operai che si trovavano nell’edificio riuscirono a mettersi in salvo, e solo due rimasero fatalmente intrappolati in chiesa durante il crollo, che cominciò con lo sbriciolamento del primo arco di sinistra, poi del pilastro della seconda campata e finì per coinvolgere una zona ampia (11x15 metri) a forma di quadrangolo irregolare nella parte centrale e sinistra delle prime due campate e mezzo, insieme ai primi due pilastri di sinistra, mentre in altri pilastri rimasti in piedi si aprirono inquietanti fenditure. Coincidenza sinistra, in quei giorni la «Gazzetta di Parma» stava pubblicando un feuilleton intitolato «I lavoratori della morte». Ovviamente si mobilitarono subito i soccorsi, arrivò anche il maestro Giusto Dacci, ma ai molti curiosi non restò che constatare lo squarcio penoso in una delle chiese più importanti nella storia della città, a quell’epoca resa l’ombra di se stessa: tre incendi ottocenteschi che ne avevano cancellata gran parte della decorazione a fresco e l’utilizzo per anni come magazzino l’avevano ridotta a uno scheletro, che la prima campagna di lavori nel 1910 ebbe il torto di non provvedere a consolidare.Pare infatti che la causa del crollo fosse da imputarsi proprio allo spreco iniziale in lavori di ornamentazione e all’inserimento di strutture moderne su quelle antiche senza un accertamento statico, almeno stando a sentire la successiva relazione della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Bologna, peraltro confermata da piccoli crolli già avvenuti nel 1911 dopo l’interruzione dei lavori, evidentemente forse non motivata solo da problemi finanziari ma da una sottaciuta consapevolezza sulla precarietà dell’edificio.
Da tutto questo rimase estranea però l’informazione pubblica, forse per non coinvolgere la figura di Cusani, obiettivo peraltro di una successiva reprimenda dello storico dell’arte Laudedeo Testi alla Direzione Generale per le Antichità e Belle Arti di Roma. Sarà poi lo stesso Testi a proporre la soluzione di rialzare una nuova facciata, demolendo la parte restante delle campate cadute e quindi arretrando la chiesa di una dozzina di metri: lo stesso Testi la definì un tamponamento, e del resto non ha attinenze filologiche con la facciata originale, ma sembra mirare a riproporre uno schema a tre rosoni (oggi sostituiti da vetri circolari) proiettati su una superficie che riprende la sezione delle navate ogivali e coronata da materiale di reimpiego arbitrariamente ridisposto.
La soluzione di Testi ebbe comunque il merito di sventare la velleità del Conservatorio di approfittare del crollo per abbattere l’intera chiesa scavalcando gli spinosi problemi di restauro e costruiendoci sopra un auditorium moderno (seguirono settimane tese), per cui alla fine la piazzetta si slargò verso sud ma si riaccorciò nuovamente quando fu costruito di fronte l’Hotel Toscanini, quindi ora la parte di suolo calpestabile finisce pressoché per corrispondere all’area delle campate abbattute. Con quella soluzione si persero anche gran parte dei sepolcri collocati proprio nella parte anteriore della chiesa, fra i quali probabilmente quello della cantante Lucrezia Agujari, morta nel 1783, e di fatto la porzione di chiesa aggiunta dopo il 1461 – aspetto che all’epoca fece sembrare meno doloroso il sacrificio della parta demolita –, ma in parallelo, se non già durante i lavori del 1913, fu condotta una radicale pulizia architettonica, in parte già progettata dal Cusani nel 1910, che comportò l’eliminazione delle cappelle del SS. Crocifisso e della B. V. del Carmelo, la trasformazione di quella della Visitazione e dell’abside di quella di S. Maria Maddalena de’ Pazzi da poligonale a quadrangolare, demolizioni a cui Glauco Lombardi si era opposto pochi mesi prima nell’ambito della commissione conservatrice dei monumenti.
Come che sia, dopo essere stata utilizzata per anni a deposito militare e poi archivistico, si dovrà aspettare il 2008 per vedere la chiesa restaurata e ristrutturata, destinandola a quell’uso di sala da concerto del Conservatorio rincorso per quasi un secolo.Ma più che le vicissitudini legate al crollo, già ben indagate da Attilio Marchesi, qui ci interessa la morale della vicenda. Con il crollo del Carmine si riproponeva infatti il problema della gestione degli spazi esausti della città, specialmente le chiese sconsacrate, e dei loro recuperi spesso affrettati per occasioni speciose, in ordine a una vocazione parmigianissima alla grandeur superficiale. Non sfuggirà che la ripresa dei lavori al Carmine fu riavviata in coincidenza del primo centenario verdiano (la sera del crollo al Regio era in programma la seconda recita di «Nabucco» diretta da Cleofonte Campanini): anche per questo, checché ne dicesse il sindaco Mariotti, erano stati omessi i controlli strutturali confidando nello stellone parmigiano e affidandosi solo a un’équipe di professori di disegno architettonico ignari d’ingegneria statica, con il compito di progettare non più che un maquillage stilistico finanziato dal Comune e fattibile in tempo per l’inaugurazione in ottobre dell’auditorium, da dedicare a Verdi in coincidenza con il clou delle celebrazioni. Non immaginiamo, se solo il crollo si fosse verificato dopo la fine dei lavori, che cosa sarebbe potuto accadere in uno spazio destinato ad auditorium. Alle baruffe seguite per la ricostruzione restò ancora una volta il compito di mostrare le grottesche conseguenze di quell’ombroso mal di mattone che affligge da sempre la città, in lotta con la memoria storica e l’estetica urbanistica, ora latente ora deflagrante ma contro il quale nonostante tutto non si è ancora trovato un vaccino.

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