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Anche la Pilotta perse la sua chiesa

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Pier Paolo Mendogni

Inuovi ordini religiosi mendicanti fondati nel XIII secolo (francescani, domenicani, carmelitani) si sono rapidamente diffusi insediandosi in numerose città tra cui Parma che in quel periodo ha visto sorgere ben quattro chiese conventuali, costruite secondo i dettami dell’architettura gotica seppur semplificata: San Francesco del Prato (francescani minori conventuali), San Pietro Martire (domenicani), Santa Maria del Carmine (carmelitani), San Luca (eremitani di Sant'Agostino); all’inizio del XIV secolo sono giunti pure i servi di Maria che hanno edificato la chiesa dell’Ascensione di Gesù Cristo.
Con i decreti napoleonici del 1805 e del 1810 i conventi sia maschili che femminili venivano soppressi - a Parma città nel 1810 furono ben ventinove - e i loro beni incamerati nel demanio. Alcuni edifici conventuali venivano adibiti a caserma o a scuola o a ospedale; le chiese diventavano magazzini, laboratori artigianali, carceri (come San Francesco) e alcune furono abbattute tra cui San Pietro Martire. San Francesco del Prato è stato trasformato in prigione con la suddivisione in più piani e in celle fino al 1974 quando è stato restituito ai francescani. Santa Maria del Carmine è stata attrezzata come auditorium del Conservatorio di musica. La chiesa dell’Ascensione fa parte dell’Istituto Don Gnocchi: è stata dimezzata e si è conservata la parte absidale con gli affreschi. San Luca è stato utilizzato come magazzino militare ed ora è vuoto e fatiscente. San Pietro Martire è stato demolito duecento anni or sono.
Nel 1813, infatti, durante il periodo della dominazione francese, il prefetto barone Dupont Delport decise di fare abbattere la chiesa dei domenicani che aveva avuto un ruolo nella storia di Parma essendosi trovata inserita nel complesso dei palazzi ducali e avendo concesso nel 1766 una cappella all’Inquisizione, il cui oratorio era stato distrutto per consentire l’allargamento della Pilotta. Anche la chiesa, infatti, ostacolava l’ampliamento del complesso degli edifici che le erano stati costruiti intorno tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento quando i Farnese avevano deciso di creare spazi adeguati per i servizi a sostegno del palazzo ducale prospiciente l’attuale via Garibaldi, promosso a loro dimora da sistemare adeguatamente.
I domenicani erano giunti a Parma intorno al 1217 quando Papa Onorio III aveva firmato la Bolla d’approvazione dell’Ordine dei frati predicatori (22 dicembre 1216), fondato pochi anni prima dallo spagnolo Domenico di Guzmàn (1170-1221). Inizialmente si erano insediati vicino alla chiesa parrocchiale della SS. Trinità per poi trasferirsi nell’Oltretorrente presso Santa Maria Nuova, situata sul torrente nella zona dell’attuale Giardino Pubblico, dove ben presto richiamavano molti fedeli, attirati dalle loro prediche, ricevendo anche numerose offerte grazie alle quali poterono costruire una loro chiesa, che veniva dedicata a San Pietro Martire, un domenicano canonizzato nel 1254.
La zona prescelta per edificarvi la chiesa con annesso convento era allora priva di abitazioni e si trovava nell’area in cui attualmente l’edificio della Pilotta, parallelo a via Garibaldi, si tronca mettendo in evidenza un arco ogivale e una semicolonna con capitello facenti parte dell’antico tempio il cui perimetro è stato sinteticamente tracciato sul terreno da una cordonatura contenente quattordici piante simboleggianti le colonne .Il sacro edificio - orientato con l’abside a Est e l’ingresso verso il torrente - aveva una mole imponente: era lungo 67 metri e alto 25; suddiviso in tre navate con sette campate e relative cappelle laterali. L’architettura era di tipo cistercense nell’abside e presentava analogie con le chiese coeve soprattutto «nello slancio delle grandi volte ogivali, nel disegno delle basi dei pilastri». Una parziale documentazione visiva ci è stata tramandata dal disegno della facciata, dopo il rinnovamento del XV secolo, custodito nella Raccolta Sanseverini, e nel dipinto di Antonio Romagnesi (artista nato in Francia da genitori italiani) conservato nella Galleria Nazionale, che mostra la chiesa sontuosamente addobbata in occasione del conferimento fatto nel 1762 dal duca don Filippo di Borbone all’Infante don Ferdinando, undicenne, degli Ordini di San Michele e del Santo Spirito.
Come in tutte le chiese domenicane, anche qui veniva propagandato il culto alla Vergine del Rosario la cui statua lignea campeggiava sull’altare maggiore. Tra i quadri che ornavano gli altari, diversi si trovano nella Galleria Nazionale: «Gesù condotto al calvario» di Ludovico Marmitta; la «Madonna in trono col Bimbo e quattro santi» di Jean Sons; la «Madonna con le sante Caterina e Maddalena che reggono l’immagine di San Domenico» di Francesco Longhi; «L’uccisione di San Pietro Martire» di Giuseppe Peroni. Il quadro del Peroni con San Ludovico re di Francia è invece in Vescovado e quello di Clemente Ruta col «Miracolo di San Vincenzo Ferreri» nella parrocchiale di Medesano. Illustri famiglie come i Baiardi e i Sanseverino avevano lì la loro cappella e fin dal 1274 il Papa Gregorio X aveva disposto che i parroci non potevano impedire ai loro parrocchiani di scegliersi il sepolcro nella chiesa di San Pietro Martire.

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