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Renzo Ildebrando Bocchi - Poeta e martire della Resistenza

Renzo Ildebrando Bocchi - Poeta e martire della Resistenza
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Anna Ceruti Burgio

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Renzo Ildebrando Bocchi, figura di poeta e intellettuale, perseguitato politico ucciso a soli 31 anni nel campo di concentramento tedesco di Flossenburg. Baldassarre Molossi, nel suo «Dizionario dei parmigiani grandi e piccini» scrive: «Fu poeta di squisita sensibilità, di seria preparazione, di temperamento originale ed acuto, di limpida vena e di schietta preparazione cattolica». Era nato nel 1913 in quell'Oltretorrente che da sempre è ricco di fermenti artistici e sociali; di modesta famiglia, avrebbe desiderato proseguire gli studi, ma per necessità economiche fu costretto ad adattarsi a varie attività (fece anche il commesso viaggiatore per una casa di mode). Tuttavia alla sera, nella quiete della sua cameretta, passava lunghe ore a leggere libri di storia, filosofia, di poeti antichi e moderni; a sua volta scriveva poesie, appunti.
Si dedicò anche al giornalismo, collaborando attivamente a diverse testate: «Il Telegrafo» di Livorno, il «Corriere Emiliano», la «Gazzetta di Venezia», «Il Secolo-La Sera» di Milano, il «Mattino» di Napoli, e la «Giovane Montagna». La sua poesia è ricca di spunti sociali, di sentimenti profondi, di amore per l’umanità; fra le sue raccolte ricordiamo «La fiamma nel cuore» (1938), «Il pane del perdono» (1940), «Dune Rosse».     Ebbe come referente poetico Renzo Pezzani, che non mancò di dargli consigli e di incoraggiarlo; nel 1939 gli scrisse: «Tengo il tuo libro come una promessa, perché poeta lo sei, un poeta che nasce», pubblicando poi nella sua collana editoriale «Le Muse» la raccolta «Il pane del perdono». Ha lasciato anche degli inediti, un diario intimo e un romanzo, scritto in Libia (Tempo di Mussolini), che però non è stato ritrovato. Molti passi delle liriche di Renzo Ildebrando Bocchi rivelano le sue sofferenze, la sua vita tormentata, passata portando, come scrive, «questa croce che mi segue da trent'anni e mi fa ombra al cuore». Tuttavia conserva la sua fede: «Non so, uomini, maledirvi per tutto il male che mi avete procurato... imparai a soffrire pregando e tacendo». Fu strappato ai suoi studi e ai suoi sogni poetici anche dalla guerra: fu inviato nella Saar, in Spagna, in Africa settentrionale, dove fu ferito.
Queste esperienze gli aprirono gli occhi sulle menzogne del regime: il sognatore, il «pallido poeta dell’Oltretorrente» (come è stato definito), divenne un uomo d’azione, pronto a combattere contro il fascismo. Don Cavalli ha scritto: «Quando Renzo Ildebrando Bocchi venne a trovarsi nella necessità di formulare un giudizio di valutazione morale su dottrine, metodi di azione e fatti che costituivano la sostanza stessa del fascismo, egli non esitò a impegnarsi in una radicale revisione di idee e di atteggiamenti». Di profonde convinzioni cattoliche, formate in famiglia, presso l’Oratorio degli Stimmatini e il circolo giovanile «Domenico Maria Villa», politicamente si accostò al gruppo democristiano e a Giuseppe Micheli; dopo l’8 settembre del 1943, entrò, col nome di battaglia di «Ruffini», nel Comitato di Liberazione Nazionale per la componente cattolica, e diresse anche la Giovane Montagna. Gli fu assegnato il compito di tenere i collegamenti fra le varie province dell’Emilia, e fu a capo del servizio informazioni per l’Emilia nel Comitato di Liberazione per l’Alta Italia, e collaborò con lo «Strategic service» presso il consolato Usa a Lugano. Fu proprio durante una di queste missioni che, al ritorno dalla Svizzera dove aveva incontrato l’informatore e finanziatore alleato «Ruggero», fu arrestato dalle guardie di confine. Riuscì a sbarazzarsi del denaro e inghiottì un foglio di appunti compromettenti, ma fu tradotto a Milano in San Vittore. Iniziò così il suo calvario; mentre gli amici preparavano la sua liberazione dal carcere milanese, fu improvvisamente prelevato dalle SS tedesche e messo in un vagone piombato, che lo portò nel campo di concentramento di Flossenburg, nella Selva Nera. Era il giugno 1944. Sottoposto a violenze, percosse e maltrattamenti inenarrabili, fu costretto a lavorare in miniera; la sua salute ne risentì, ma cercava ugualmente di aiutare gli altri compagni di sventura. Caduto gravemente ammalato, fu riportato a Flossenburg, dove a metà dicembre 1944 fu gettato ancora vivo in un forno crematorio. Il suo sacrificio era compiuto: nelle sue poesie si trovano spesso presentimenti quasi profetici di quella che sarebbe stata la sua fine: nel Canto funebre composto nel 1939 per i fratelli Rosselli aveva scritto: «O Signore, ti invoco; / sia fatto scempio di questa carne mia, / questo corpo distruggano le fiamme, / sian le ceneri disperse al vento; / ma possa un dì l’amaro pianto / di oggi / comporsi in un canto/ di redenzione e di vittoria». La città di Parma ha onorato il poeta martire intitolandogli nel 1951 una strada dell’Oltretorrente, nella zona del quartiere Pablo.

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