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Fasti e nefasti sotto la cenere

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di Francesco Mannoni

Alle tante grida d’allarme che in questi giorni allertano il mondo culturale sulla drammatica situazione di Pompei, s’aggiunge anche quello della giurista e grecista Eva Cantarella, e dell’archeologa Luciana Jacobelli. In un saggio intitolato «Pompei è viva» (Feltrinelli) le due studiose - già autrici anche di altri due saggi sul sito archeologico, «Un giorno a Pompei»  (1999) e «Nascere, vivere e morire a Pompei» (2011) - percorrono storia passata e presente e nel raccontare i fasti della città ne denunciano le deficienze, gli errori e l’incuria irresponsabile, colpevole di un disastro annunciato. Ma nonostante gli affreschi scompaiano, i muri crollino e tutto sembra scivolare in un declino inarrestabile, per le due studiose Pompei è viva.
«E’ viva perché Pompei è l’unica città antica che noi possiamo visitare e che ci restituisce la sensazione di vivere insieme ai romani dell’epoca – spiega la professoressa Cantarella -. A differenza di tutte le altre città che sono dei monumenti spettacolari, Pompei ci dà anche una serie d’informazioni sulla vita quotidiana, come si divertivano, come eleggevano i loro magistrati, come scrivevano le poesie d’amore sui muri o gli avvisi degli spettacoli. La descrizione della vita quotidiana degli abitanti ci fa davvero immaginare di vivere in mezzo a loro, come se duemila anni non fossero trascorsi. Tra noi e loro c’è solo una differenza fondamentale: loro erano pagani e noi siamo cristiani, e questo cambia tutto».
«Pompei è un caso emblematico perché parliamo di una delle più grandi e antiche città romane sopravissuta – precisa la professoressa Luciana Jacobelli che insegna metodologia della ricerca archeologica all’università del Molise, e da vent’anni segue gli scavi di Pompei -, ma tutta l’area archeologica di Pompei è a rischio, perché anche gli interventi che richiedono tanti soldi, servono fino a un certo punto».
Qual è al momento la situazione di Pompei?
«Con i suoi 66 ettari di case e di edifici pubblici, e ventimila metri quadri di pitture e mosaici, Pompei - spiega  Jacovelli - è un sito archeologico unico, perché non esiste al mondo una città romana così ben conservata in tutti i suoi aspetti. Ma mentre prima tutto era gelosamente custodito, negli ultimi vent’anni, sono andati in pensione i custodi, i manutentori e i restauratori, e il sito è rimasto sguarnito di persone che valutavano quotidianamente le sue necessità, e che intervenivano prontamente quando accertavano dei pericoli. Adesso la Soprintendenza deve provvedere con delle ditte esterne, e tutto questo significa burocrazia, appalti da fare che si allungano nel tempo e magari alla prima pioggia scompare la pittura sulla quale si doveva intervenire, o crolla il muro da rinforzare».
Che cosa è andato perduto?
«Ho fatto parte di un apposito gruppo di controllo durato tre anni che ha censito tutte le pitture e i mosaici che erano stati scavati - spiega  Jacovelli -  e abbiamo accertato che il novanta per cento di questi tesori è andato perduto. Pompei, che nel 1944 fu bombardata dagli americani che sganciarono sugli scavi 150 bombe, negli ultimi decenni ha subito molti danneggiamenti. Al momento servirebbero meno soldi ma più programmi con muratori, restauratori e custodi fissi per frenare un degrado inarrestabile. Occorre personale interno motivato che controlla tutti i giorni un sito precario. Se il Colosseo è stato costruito guardando ai millenni, le case di Pompei no. Tocca a noi farle durare nel tempo. Allo Stato attuale non ci sono grandi possibilità di ripresa».
Quali gli interventi più urgenti da attuare?
«Ci vorrebbe uno sforzo comune serio e importante - afferma  Cantarella - con una gestione patrimoniale molto attenta, che controlli come vengono spesi i soldi delle priorità. Se si continua a buttare soldi per rimettere a posto distruggendo è inutile. Bisogna conservare e proteggere, trovare i soldi per la manutenzione e per i guardiani. Ce ne devono essere parecchi che vanno avanti e indietro per evitare che i turisti si prendano il pezzettino di mosaico oppure anche il ciottolo della strada e facciano dei danni. Senza una seria manutenzione, Pompei non è destinata solo a deteriorarsi, ma a sparire. Grazie e Dio gran parte della città non è stata ancora scavata».
 Quali gli elementi preponderanti che riassumono più di altri la Pompei dell’epoca?
 «Personalmente trovo interessantissime tutte le iscrizioni - dice  Cantarella - perché ci fanno conoscere aspetti della vita dei pompeiani che altrimenti non potremmo conoscere. Si va dagli avvisi commerciali, ai decreti onorifici, agli onori funebri, alle dichiarazioni d’amore, all’annuncio che ci sarà uno spettacolo di gladiatori, fino alla propaganda politica: in sostanza quello che avviene ancora oggi. Sono delle informazioni preziose, delle provvidenziali testimonianze sul modo di vivere dei pompeiani che le iscrizioni ci raccontano come una cronaca che riflette la loro vita. I pompeiani andavano a vedere i gladiatori come noi oggi andiamo a vedere le partite di calcio. Non a caso a Pompei una volta, durante uno spettacolo di gladiatori successe un tale pasticcio che l’anfiteatro venne chiuso per ordine dell’imperatore. C’erano le tifoserie come negli stadi di oggi. I gladiatori che sopravvivevano diventavano degli eroi idolatrati come tanti Maradona o Pelè».
 Il vostro libro è un grido di speranza o l’ennesimo allarme su Pompei la cui sorte pare segnata?
«E’ entrambe le cose. Oggi - spiega Cantarella - è molto difficile affrontare il problema di Pompei, che non è solamente quello degli scavi. E’ il problema della città, del circondario, dell’organizzazione che sta attorno agli scavi, e della politica che ha un ruolo non secondario in tutto questo. E poi le situazioni e i fatti che hanno portato a disperdere una enorme quantità di denaro, buttato via facendo cose orripilanti. E’ una situazione dalla quale è molto difficile uscire.
Pompei è viva Feltrinelli, pag. 218, 16,00
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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