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È morto Heaney, voce dell'Irlanda

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Mauretta Capuano

Il mondo a Seamus Heaney, il poeta premio Nobel irlandese, morto ieri a 74 anni, si è sempre «presentato sotto forma di memoria», come diceva lui stesso. E da quella memoria veniva la carica emotiva di tutte le sue poesie che affondano le radici nel profondo legame con le cose semplici. Le origini, la sua terra e la lotta fratricida che ne ha segnato la storia sono il fondamento dei suoi versi come si vede in «North», la sua raccolta più famosa, del 1975, pubblicata in Italia da Mondadori. Considerato l’erede e il più importante poeta irlandese dopo William Butler Yeats, Heaney, nato il 13 aprile 1939 a Casteldawson, nell’Irlanda del Nord, viveva a Dublino, dove è morto. Stava lavorando a un nuovo libro di poesie e con Mondadori collaborava da tempo al Meridiano a lui dedicato, di cui è prevista l’uscita nel 2014 con un’introduzione del critico letterario Piero Boitani. I suoi ultimi importanti libri sono «Catena umana», uscito nel 2011 per Mondadori, e «District e Circle» (Mondadori, 2009), pubblicato in Inghilterra nel 2006, che fa riferimento ai nomi delle due linee metropolitane londinesi, scritto dopo gli attentati alla metro di Londra. Tra le principali raccolte: «Station Island»  in cui c'è un’ode al cugino ucciso dai protestanti, «Electric Light», «The Spirit Level». Primo di nove figli in una famiglia di origini cattoliche, Heaney ha trascorso l’infanzia nella casa colonica del podere di Mossbawn, dove il padre era fattore: «Ho cominciato – diceva - la mia vita in un’azienda agricola, con i piedi per terra, poi mi sono lasciato trasportare da altri argomenti, le guerre di resistenza, il gran numero di vittime nel mio paese». In molti suoi versi appare la figura austera della madre come prototipo della donna irlandese cattolica. Il poeta Nobel ha fatto di Belfast, dove si è laureato in letteratura inglese grazie a una borsa di studio, le radici culturali della sua poesia. «Penso alle tematiche personali e irlandesi come fossero le vocali e alla consapevolezza letteraria nutrita dall’inglese come se fosse le consonanti» scriveva della sua poesia. La sua prima raccolta «Death of a Naturalist» («Morte di un naturalista») è uscita quando aveva 26 anni e nei primi testi usava lo pseudonimo di «Incertus». La produzione giovanile risente di Robert Frost e Ted Hughes, ma diventano sempre più influenti Wordsworth, Manley Hopkins, Thomas Hardy e, dagli anni '70, Dante di cui raccontava di aver seguito l’esempio. «Quello che più mi ha emozionato è stato il modo in cui Dante affrontava i problemi e la malvagità delle persone. Non faceva mai commenti diretti sulla realtà politica, sulla sua città. Faceva parlare i suoi personaggi. In questo lo ho in un certo senso imitato» aveva spiegato Heaney nel 2012, in occasione dell’inaugurazione del Festivaletteratura di Mantova dove aveva ricevuto la cittadinanza onoraria. Grande lettore di poesia italiana, Heaney apprezzava molto  Eugenio Montale e recentemente aveva scoperto e stava traducendo «Myricae» di Giovanni Pascoli.  All’intera opera poetica di  Seamus Heaney  sarà dedicato un Meridiano a cui la Mondadori lavorava da tempo con la collaborazione del poeta. «Di solito l’uscita pregiata dei Meridiani è il Natale, ma faremo in modo di pubblicare quello di Heaney il 30 agosto 2014, per onorare il primo anno dalla sua scomparsa» dice   il parmigiano Antonio Riccardi, direttore letterario della Mondadori e poeta. A cura di Piero Boitani, autore anche dell’introduzione, il Meridiano avrà anche una preziosa nota scritta appositamente da Heaney.  «Heaney era molto contento di questa uscita, me lo ha detto più volte - spiega Riccardi - Mondadori è da tanti anni il suo editore e questo ci sembrava giustissimo e doveroso per un autore così rilevante non solo dal punto di vista della poesia». Da «Death of a Naturalist» («Morte di un naturalista») del 1966 all’ultima raccolta «Catena umana» uscita nel 2011, il Meridiano raccoglie l’intera opera poetica di Heaney, non le sue prose. «Heaney è stato anche un grande teorico della letteratura però è ovvio che la sua matrice profonda e la ragione per cui si è occupato di letteratura è la poesia -  sottolinea Riccardi -. Nel discorso per il Nobel  ha detto una cosa formidabile e cioè che la poesia non può far altro che dire la verità in modo feroce ma lo fa in forma obliqua. È la definizione più fulminante del lavoro di poeta». Fondamentale, inoltre,  il suo rapporto con la memoria «che - conclude Riccardi - ha raggiunto una forza e coloritura universale che è la ragione per cui è diventato la voce di un popolo. Questo accade quando la letteratura fa il suo dovere al meglio».

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