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Camminare per sentirsi più liberi e spirituali

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Frédéric Gros, professore di filosofia politica all’Université Paris-XII e all’Institut d’études politiques di Parigi, ci offre con «Andare a piedi. Filosofia del camminare» (Garzanti, pagg. 227, euro 14,90) un libro assai originale che va alle fonti del fascino di quel semplice gesto che è il camminare in quanto espressione di senso di libertà, di crescita interiore e di scoperta.
In scrittura di ariosa levità e densa di «esprit» sono rievocate, insieme alle biografie, le passeggiate di Kant nei giardini d Königsberg, le peregrinazioni del giovane Rousseau da Annecy a Torino, da Parigi à Chambéry, le escursioni di Nietzsche sulle montagne dell’Engadina, le uscite quotidiane di Thoreau nelle foreste intorno al lago di Walden, i percorsi iniziatici di Gandhi dalla natura alla civilizzazione, i vagabondaggi di Proust, alimento a suoi quadri e alle sue meditazioni.
Letteratura storia filosofia e semplice vita quotidiana si fondono in un «unicum» percorso dal delicato sentire dell’autore.
Uscito in Francia nel 2009, «Marcher, une philosophie» è stato pubblicato in sei paesi.
Professor Gros, quali esperienze personali l’hanno indotta a scrivere un saggio filosofico sul senso del camminare?
Ho scoperto, più di vent'anni fa, quasi nello stesso momento, la camminata e la filosofia: i piaceri intensi dell’escursione e le grandi soddisfazioni della speculazione. Per lungo tempo queste due attività erano rimaste per me distinte, separate. Solo più tardi mi sono reso conto che almeno un elemento le accomunava. Queste due pratiche sono ritenute noiose, ed esigono uno sforzo continuo, pazienza e coraggio. La gioia è legata ogni volta al superamento della difficoltà. D’altra parte, sia la filosofia che il camminare esplorano un enigma definitivo: quello della nostra presenza, a noi stessi, agli altri e al mondo.  
Perché ritiene che andare a piedi faccia assaporare la libertà meglio di qualunque viaggio?
In filosofia, si ha l’abitudine di impiegare il concetto di libertà nella sua dimensione politica o morale. Il problema della libertà è posto per lo più nel suo rapporto con la legge e con le necessità naturali. Camminando, si fa l’esperienza di una libertà diversa. La libertà avvertita nel camminare è una libertà come distacco: ci si sbarazza delle sollecitazioni sociali, delle connessioni tecniche. Ci si ritrova spiritualmente sollevati dall’esser separati da tutto ciò che ci rendeva la vita più facile! Camminare ci innalza al vertice di un sentimento di vivere semplice, immediato. E’ la libertà come esperienza di un immenso decongestiamento dell’esistenza. Il sentimento di presenza diviene più consistente e più trasparente.
Perché scrive che «camminare non è uno sport»?
E' incontestabile che la marcia a piedi costituisce un’attività fisica impegnativa e che non si possono affrontare escursioni un po' lunghe senza un solido allenamento fisico. Quando scrivo che «camminare non è uno sport» è soprattutto per dire che la sua finalità è anzi tutto qualitativa. Lo sport è pretesto per cerimonie mediatiche immense dove si accalcano i cosumatori di marchi e d’immagini. Il denaro lo pervade per immiserire gli animi, la medicina per costruire corpi artificiali. Scegliere percorso significa invece scegliere anzi tutto un paesaggio. Non vi è la ricerca di performance. Nello sport solo il risultato conta: una cifra, un punteggio.
La passeggiata è un motivo costante nell’esistenza e nella meditazione di Nietzsche e di Kant. In che cosa differiscono?
Gli stili di marcia di Kant e di Nietzsche sono molto diversi, e fino a un certo punto rivelatori della loro filosofia. Kant s'impose «une promenade quotidienne» , in un giardino pubblico, con una regolarità ed una disciplina impressionanti. Nietzsche aveva bisogno dell’aria pungente e viva delle montagne. Trovava nel movimento di ascesa e nella solitudine un’ispirazione superiore. Kant camminava per riposarsi dal pensare, Nietzsche camminava per pensare.  Rousseau disse che camminando era padrone delle proprie fantasie e assolutamente sicuro dei propri sogni, mentre le sue ultime camminate hanno un carattere diverso.
  Si ritrovano due grandi esperienze di questa natura in Rousseau. All’alba e al crepuscolo della sua carriera. Camminare può essere in effetti conquista o nostalgia. Le camminate di gioventù nelle Alpi sono energiche e gloriose. Tutto appariva possibile, e camminare è aprire, scoprire sentieri. Il movimento delle sue ultime peregrinazioni, nelle foreste d’Ermenonville, è diverso: si tratta di tenersi lontano dalle agitazioni del mondo, e di trovare nella dolcezza lenta del procedere le condizioni di una riconciliazione con se stesso e con il proprio passato.
Perché lei scrive che flâner (andare a zonzo) è tipico del mondo moderno?
Ogni camminata è legata a un’estetica. L’escursionista solitario s'abbandona alla contemplazione di paesaggi grandiosi e fa l’esperienza della natura selvaggia e sublime. L’andare a zonzo è contemporaneo del gigantismo delle grandi città; è testimone delle concentrazioni urbane del XIX secolo. Esso trabocca di incontri poetici, dovuti al caso di intrecci multipli. Il flâneur è legato a un’estetica dello choc e dell’artificio. Non è più l’Hugo delle «Contemplations», è il Baudelaire dei «Petits poèmes en prose». Perché il flâneur è sovversivo?
 Il flâneur è sovversivo perché nel mondo moderno, segnato dall’affarismo e dalla ricerca del profitto, afferma la superiorità dell’ozio. La prospettiva è inattesa, ironica. Fa sorgere bellezze gratuite dallo spettacolo di una società alienata dalla ricerca dell’utile.
Andare a piedi.
Filosofia del camminare - Garzanti, pag. 227,  euro 14,90
 

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