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La Munro, regina dei racconti

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Giuseppe Marchetti

Dalla cittadina di Wingham nell'Ontario al Nobel per la Letteratura: un cammino prodigioso, lento e costato una enorme fatica, ma fatica con gioia. Dal 1931 a oggi in una lunga storia di «storie inventate dal vero», confessava Alice Munro, ecco la scoperta di un piacere della narrativa che non è soltanto il bisogno di scrivere bensì un interno movimento alla ricerca della verità, o almeno di una possibile verità consapevolmente scelta.
Il Nobel per la Letteratura che la scrittrice canadese ha conseguito (motivazione dell'Accademia Reale Svedese: «Maestra del racconto contemporaneo») corona questa scelta e questa convinzione. Una scelta - dobbiamo sottolinearla - che riguarda il racconto, cioè la prima cellula della parola scritta, il nucleo centrale attorno al quale creare vicende e personaggi. Confessa la scrittrice:  «Tutta la letteratura del Sud degli Stati Uniti che io amavo era scritta da donne» e fa i nomi della Welthy, della O'Connor, della Porter, della McCullers: scrittrici di racconti, in particolare, narratrici connesse alla realtà dei luoghi, alla memoria dei luoghi, alla piccola civiltà delle piccole patrie, ora città di provincia, ora distese e quasi deserte campagne, o colline, o paesi.  Da questi umori, che Alice assorbe naturalmente e che restituirà in pagine felici, pensose, criticamente semplici e spoglie ma animato dal senso delle cose, emergono - via via che i suoi libri vengono pubblicati - i temi di una letteratura per la vita che nella seconda metà del secolo scorso pareva aver dimenticato la grande lezione dei classici, per esempio «Bovary c'est moi» di Flaubert, per aderire ad un non meglio identificato e identificabile cifrario sociale che coinvolgeva avvenimenti e personaggi immersi spesso nella poltiglia del non vissuto, o del vissuto male, o del vissuto poco:  tutti elementi negativi che la Munro elimina con  estrema cura, con meticolosa caparbietà  descrittiva e sentimentale.  In questo caso, quindi, il racconto le permette un'agilità espressiva e una possibilità di scarto e di dimensioni narrative veramente notevoli, sino da  quei suoi primi racconti del '68 che arrivarono in Italia preceduti da alcuni saggi e memorie pubblicati dalla scrittrice sui giornali locali nei primi anni Cinquanta quando aveva appena  vent'anni. La rivelazione avvenne alla fine degli anni Sessanta quando venne pubblicata la raccolta  «Danza delle ombre felici», che ora verrà ripubblicato da Einaudi. Fu la rivelazione di una narratrice nata per il romanzo che al romanzo non credeva del tutto, evidenziandone invece i gangli compositivi - veri e propri racconti,  dunque -  «ambientati  nell'Ontario» e composti «per gradi, dall'attenzione ai particolari che rendono riconoscibili lo stile  della Munro e poi la messa a nudo delle altrettanto riconoscibili, improvviso, concise conclusioni». -  scrive Marisa  Caramella nella puntualissima prefazione al  Meridiano  Mondadori dei «Racconti» uscito poche settimane fa. Proprio questa tensione descrittiva che Alice esercitò anche  nell'insegnamento durante  gli anni Settanta alla York University di London nell'Ontario,  le ha consentito di caratterizzare la «forma breve» che entra ormai in tutte le sue pagine, da «Una cosa che volevo dirti da un po'» ('74 al recentissimo «Uscirne vivi» del 2012:  racconti, sempre racconti, questo è certo, ma  tutti indirizzati a costituire il più  ampio e il più imprevedibile dei territori romanzeschi che col passare del tempo è diventato fittissimo di esperienze, arato e riarato senza sosta   sin quasi a diventare ossessione, tanto che la scrittrice poco tempo fa avrebbe confessato di non voler più scrivere (e il mondo dei giornali commentò allusivamente che per colpa di questa confessione non le avrebbero mai assegnato il Nobel!) ma di ritirarsi a pensare, cioè a meditare, sull'immensa capacità  dell'esistenza che ripete incessantemente   se stessa nei mille motivi del tempo e dello spazio. Eppure, attraverso «Chi ti credi di essere?» ('78), «Le lune di Giove» '82, «Il percorso dell'amore» ('86), «Amica della mia gioventù» ('90),  «Segreti trasparenti»  ('94) e «Il sogno di mia madre» ('98) la storia individuale della scrittrice, il suo sentirsi ai confini del mondo, il suo viaggiare dal suo Ontario a Vancouver, da ovest a est  e viceversa, fondano una storia delle radici (è sempre a questo termine che la narrativa autentica ritorna) che abbracciano il passato con un tempo davvero mai trascorso, né tantomeno dimenticato, un tempo di memoria secondo il quale - come osservava  Pietro Citati «un abisso allontana il presente   e il passato, il  tempo  passa senza che nessuno se ne accorga, e noi avvertiamo il senso della continuità  e quello della lacerazione che formano il tessuto  diseguale  della  nostra vita».  Nei libri più recenti, «In fuga ('04), «La vista di Castel rock» ('06) e «Troppa felicità» ('09) tutti tradotti da  susanna Basso pe Einaudi, ci sembra che la ricerca  della realtà  e del suo doppio (o altrove, o differenza) abbia portato Alice Munro a riprendere i temi  della gioventù con una notevole capacità di disincanto e di ironia, tanto che alcuni critici hanno   evocato i nomi di James e di Cechov con riferimenti possibili anche  se la scrittrice canadese tende più per  sua natura   a isolarsi nei problemi e nelle tragedie domestiche   che hanno in  tutto il mondo i  medesimi  contorni di speranze e di errori come si vede nei racconti di «Troppa felicità» titolo quanto mai amaro  ma certamente tra i più promettenti di questa scrittrice cui il Nobel dà finalmente  il rilievo mondiale che merita.  All’annuncio del conferimento del Nobel per la letteratura Alice Munro ha alzato la bandiera con l'acero: «Sono grata e felice -  ha detto la signora del racconto -  vincendo questo premio si attirerà l’attenzione sugli scrittori del Canada». La dichiarazione della Munro è stata raccolta dalla sua casa editrice anglosassone Penguin Random House. E' la prima volta nella storia dei Nobel che un canadese vince per la letteratura, come ha fatto notare alla rete tv Cbc Douglas Gibson, l’editor della scrittrice: «E' una meravigliosa notizia per noi: il Canada ha vinto». Ricordiamo che è la prima volta che il comitato dei Nobel premia un autore che non ha scritto altro che racconti. Infine, il cantautore Roberto Vecchioni, che, a sorpresa, nei giorni scorsi era risultato candidato al Nobel per la letteratura, intervistato da Vincenzo Mollica al Tg 1 ha dichiarato: «Ero candidato per la prima volta: non è mai successo di vincere alla prima candidatura».

 

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