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Artisti italiani, l'eletta schiera capeggiata da Enrico Robusti

Artisti italiani, l'eletta schiera capeggiata da Enrico Robusti
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Manuela Bartolotti

Otto criteri di otto grandi personaggi per scegliere gli Eccellenti pittori italiani del nostro tempo. A questi si attiene il giornalista e critico Camillo Langone nel suo ultimo libro che, secondo l’esempio vasariano, vuole esaltare, ovvero tirar fuori dalla magmatica e confusa molteplicità degli artisti o presunti tali, quelli degni a parer suo di menzione. Sono 25, di cui due parmigiani di nascita o d’adozione (Enrico Robusti, Abel Herrero) da conoscere, ammirare, collezionare. Ognuno soddisfa uno o più criteri d’apprezzamento, dal criterio più raro a trovarsi di Marc Augé («uno che dà speranza, ossia un artista») soddisfatto solo da Cingolani e da Galliano delle donne incinte, a quello più facile di Delacroix («la prima virtù di un dipinto è essere una festa per gli occhi»), al quale corrispondono Marcus Petrus ed Ernesto Tatafiore. Per Ugo Foscolo «l’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentare con novità». Ecco qui che s’inseriscono Stefanoni e Salvo i quali rinnovano i temi consunti ed elementari della casetta con l’alberello, mentre Vezzani modernizza le donne di antichi capolavori ed Ester Grossi rigenera persone e paesaggi con la sua pittura piatta e illustrativa.  «Quello che rimane nei secoli sono le opere», ha scritto Daniele Galliano. Questo è uno dei criteri più certi, ciò che vale resta e resta immutato nel tempo anche materialmente, come i fiori di Mazzoni sempre freschi, l’efficacia del ciclo francescano di Di Stasio e gli encausti intaccabili di Ottieri. Se la bellezza è misura di persistenza e stabilità interiore, ancor più la perfezione, come ha scritto Nietzsche: «Cosa soltanto può ristabilirci? La vista del perfetto». Perfetto è laddove nulla v’è d’aggiungere o togliere, nulla migliorare, quindi i paesaggi pisani di Bartolini, i palazzi latinensi di Fiorentino, gli incidenti di Verlato, i non-luoghi silenti, evocativi, quasi sovrannaturali di Tirelli. Ma non tutto ciò che è nell’arte è oggettivamente bello, anzi.
La bellezza dell’arte è qualcosa di trascendente e sublimante, produce la catarsi del brutto, del doloroso, dell’atroce persino, in qualcosa di superiore, inducendo alla riflessione e all’intima conversione. L’esempio più attinente potrebbero essere Caravaggio e gli artisti della realtà. Tra i pittori eccellenti, quelli che «riescono a rendere bello il brutto» secondo l’osservazione di Roger Scruton, sono Capogrosso, Angelo Davoli e Reggio.
Infine, si devono trovare altre due doti essenziali nell’opera d’arte, ovvero forza e originalità. Così pensava Pasternak. E queste caratteristiche le avrebbe certo riscontrate in Arruzzo e Marta Sesana. Ma ancor più nei due parmigiani, uno doc come Enrico Robusti, uno adottivo come il cubano Herrero. Tutti poi devono distinguersi, perché «non v’è arte dove non v’è stile», sentenzia Wilde, dandy impietoso nei confronti della banalità e con una certa affinità elettiva con Langone. Inconfondibili sono Gasparro, Emila Sirakova per i dettagli delle figure e soprattutto Serafini che ha addirittura inventato un alfabeto. Doveroso dire che non ci sono ancora tutti, ma li aspettiamo in seconda edizione. Intanto si hanno dei nomi e soprattutto un metodo per discriminare il grano dalla gramigna nell’affollatissimo e ingannevole mondo dell’arte. Langone difende anche la Biennale veneziana di Sgarbi, accusata di horror vacui. Per notare la qualità sostiene che serva la quantità. Come tra tanti sassi, si distingue il luccichio della pietra preziosa, mentre isolata, anche la ghiaia fa la sua figura. Non è libro accomodante verso le mode e le provocazioni alla Catellan. Langone richiede all’artista mente e mano, cerca la figura e il disegno, non solo gesto e concetto. In questo senso è reazionario, ma in realtà rivoluzionario, in controtendenza all’iconoclastia planetaria. E’ vasariano e cerca il piacere visivo invece dell’angoscia nichilista. Vuole guardare e godere rivolgendosi a chi vuole guardare e godere. Godere della bellezza, della forza delle pennellate, dell’invadenza emotiva della pittura.
Proprio come quella del prediletto Enrico Robusti che gli ha fatto il ritratto (l’unico modo di eternarsi) tra salumi e leccornie. Campeggia in cucina come icona nel tempio di Bengodi. Lasciamo dunque stare le sofisticherie pseudo-intellettuali: vedere è piacere. Il primo e sotteso criterio per scegliere gli Eccellenti pittori è infine quello di Camillo Langone, intendendo l’ arte quale godimento visivo, piacevolezza estetica sostenuta da originalità, stile, forza, abilità. Così è, se vi pare. E anche se non vi pare.

Eccellenti pittori
    Marsilio, pag. 127, € 15,00

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