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Alfredo Zerbini: Oltretorrente in versi

Il 9 gennaio ricorre il 120° anniversario della nascita del poeta dialettale

Alfredo Zerbini: Oltretorrente in versi

Alfredo Zerbini

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Nel novembre di cinquant’anni fa, Parma perde uno dei suoi figli più cari: Alfredo Zerbini, tra i maggiori poeti dialettali del Novecento parmense, insieme a Renzo Pezzani e Luigi Vicini. I suoi scritti vengono pubblicati, anche nell’ambito della vivace collana editoriale “Musa dialettale parmense” voluta da Angelo Battei nell’immediato dopoguerra.
Zerbini nasce il 9 gennaio del 1895 in Oltretorrente, in borgo dei Minelli. Fin da ragazzino è avviato dal padre al mestiere di fornaio. «E mi cos’erja? Un pover fornarètt / con la so bretta ad cärta da giornäl, / infarinè cme un sac, sensa zachett, / semp’r in savata, semper col scossäl»: una felice descrizione, scaturita dalla penna dei suoi anni giovanili, ove già appare, in un dialetto fresco e genuino, uno dei temi più ricorrenti nella sua opera: l’umile semplicità dell’onesta vita popolana.
La guerra sul Carso irrimediabilmente segna la sua vita: rimasto ferito ad una gamba, al suo ritorno, fonda l’Associazione mutilati e viene assunto come impiegato di biblioteca, prima a Torino, poi alla Marciana di Venezia e infine, dal 1939 al 1955, anno della sua morte, alla Palatina di Parma. «Umile e semplice vita la sua», ricorda affettuosamente Italo Petrolini nella prefazione a Tutte le poesie (Battei), «nessun atteggiamento da poeta, né chioma lunga né cravatta alla lavallière, ma il vestito dimesso dell’impiegato dello Stato, il passo claudicante a fianco della sua fida bicicletta...».
Nelle ore lasciate libere dal lavoro, Zerbini coltiva il suo grande amore per le lettere. Tra le sue letture preferite, Marx ed Engels, ma anche Nietzsche, Gorky, Dostoevskij, testi sui quali forma una sincera passione civile, un forte sentimento di giustizia e di condivisione per gli oppressi, uno spirito, diremmo oggi, «progressista», che lo porterà, nel 1945, ad iscriversi nelle liste del Partito comunista italiano. La sua prima pubblicazione, «La congiura dei Feudatäri», poemetto storico-narrativo in sonetti, edito nel 1947, viene accolta con unanime consenso. Fin dagli esordi, appare manifesta la profonda conoscenza che Zerbini ha del nostro dialetto in ogni più sottile sfumatura, «per cui», commenta Ferdinando Bernini, «mai esso si presta a divenire la sopravesta dell’italiano, ma è mezzo autonomo di espressione».
È a quell’epoca che stringe una forte e sincera amicizia con mio padre Angelo, allora giovane editore figlio di Antonio e nipote di Luigi: capostipite di una famiglia di tipografi, librai ed editori. Angelo, con acuta lungimiranza e sensibilità, dà vita a quello che sarebbe divenuto un progetto editoriale che ancor oggi propone le migliori pagine di letteratura in vernacolo, «Musa dialettale parmense»: in questa sede trova naturale collocazione la poesia di Zerbini, così entra a far parte della larga schiera di poeti della nostra terra a comporre la ricca collana dialettale. Grazie ad Angelo, vedono presto la luce il celebre poemetto «Sott’al Tòrri di Pavlott» e la lunga novella oltretorrentina in versi «Nota d’agost». Di quest’ultima novella viene pubblicata un’edizione speciale in grande formato stampata, su carta Fabriano con caratteri Bodoni tondi e corsivi, in soli cinquanta esemplari numerati, impreziosita dalle chine di Silvano Manfredi che ritraggono, in tratti veloci ed evocativi, le strade, i borghi e le povere case della Parma di una volta: il volume testimonia così della passione per l’arte tipografica che caratterizza, da oltre centotrent’anni, il marchio della casa editrice.
Zerbini dedica quest’opera ad un caro amico: il musicista e compositore Ildebrando Pizzetti, il quale aveva musicato, nel 1951, tre suoi sonetti e che rispose, commosso: «… Ho ricevuto, e letto e riletto più volte, il suo “Nota d’agost”. Stupendo, potente poemetto, potente, intendo, di forza rappresentativa e tragica». Dopo la morte di Zerbini, chi scrive dà alle stampe, in copie numerate, «I fastidi ’d’na serva»: allegra e scanzonata novella in quartine, arricchita dalle illustrazioni dell’indimenticabile amico Luigi Tessoni: di quest’opera è conservato, presso il mio archivio, il dattiloscritto originale. Poi pubblico «Tutte le poesie», corredato da un glossario dialettale parmigiano, con introduzione di Gino Marchi, prefazione di Italo Petrolini e disegni originali di Piero Furlotti, Silvano Manfredi e Latino Barilli.
La parlata di Zerbini è quella autentica delle borgate, delle osterie, delle botteghe. «Poeta dei borghi dell’Oltretorrente» – come amava definirsi – Zerbini ha creato immagini corali di grande forza espressiva, distanti da certe convenzioni romantico-borghesi di fine Ottocento. Il sentito spirito umanitario e antifascista, il forte senso della tradizione e il grande amore per la nostra lingua, contraddistinguono la sua opera e la collocano tra i migliori esempi di letteratura dialettale del Novecento.
Per ricordare, e per non dimenticare, nell’antologia poetica parmigiana, «Pärma Parma» (tradotta in italiano da Gino Marchi con un’introduzione da Giuseppe Marchetti), il nome di Zerbini figura accanto ad altri grandi protagonisti, di ieri e di oggi, della nostra poesia in vernacolo: Bruno Campanini, Ottorino Ferrari, Dino Formentini, Renzo Pezzani, Ottorino Tentolini, Luigi Vicini. La dedica di quest’opera ad Alfredo Zerbini, nel cinquantesimo anniversario della scomparsa, vuole testimoniare la sincera gratitudine verso un uomo e un poeta che, trascrivendo in versi la lingua dell’Oltretorrente, ha salvato per sempre la memoria dei borghi.

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