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«Dialetto parmigiano, ecco le regole»

Uno studioso del nostro ateneo parla della sua grammatica in via di pubblicazione

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Chi fosse interessato a studiare la grammatica del dialetto parmigiano, oggi può utilizzare soltanto due vecchi libri: «Il dialetto vivo di Parma e la sua letteratura» di Jacopo Bocchialini, pubblicato nel 1944, e «Il dialetto di Parma di Angelo De Marchi», pubblicato nel 1976. Il giurista Bocchialini si sofferma in particolare sulla fonetica e sui suoi rapporti con la scrittura, prescindendo però da un esame della complessa morfologia del nostro dialetto.
Il geologo De Marchi propone per la prima volta una trattazione dettagliata della morfologia del dialetto parmigiano. Le conoscenze dell’autore nel campo della linguistica teorica erano tuttavia abbastanza approssimative, sicché l’esposizione risulta per vari aspetti inadeguata. A ciò si aggiunga che manca un’analisi sintattica, che permetterebbe di spiegare meglio talune specificità del dialetto parmigiano, in primo luogo nell’ambito problematico dei pronomi personali (si pensi, per esempio, a casi quali a vaàg “vado” ≈ mì vaàg “io vado” ≈ mì a vaàg “ìo vado”).
Durante un incontro sul dialetto parmigiano svoltosi alla Biblioteca civica un paio d’anni fa venne avanzata l’idea di scrivere una nuova grammatica del dialetto parmigiano che si affiancasse all’eccellente Dizionario italiano – parmigiano di Guglielmo Capacchi: poiché l’altro linguista dell’Università presente all’incontro (il professor Davide Astori) conosceva soltanto il dialetto di Cremona, sua città natale, compresi che l’invito era rivolto a me. E accettai perché, oltre ad essere un addetto ai lavori nel settore della linguistica, che insegno nel nostro ateneo da più di venticinque anni, sono nato e cresciuto a Parma in un ambiente assolutamente dialettofono, figlio di operai che avevano appreso il dialetto come lingua prima: mio padre, pramzàn dal saàs, usava la variante dialettale dei popolani dell’Oltretorrente, mentre mia madre parlava un dialetto più «arioso», essendo nata foóra d’pòrta «al di fuori delle mura cittadine», a S. Lazzaro.
Scartato l’approccio comunicativo, oggi tanto di moda, che non mi sembrava il più idoneo per fornire un’informazione sintetica e «ragionata» sulle strutture del dialetto parmigiano, optai per un approccio sistemico-funzionale compatibile con lo strutturalismo classico. Ho comunque evitato, per quanto possibile, i tecnicismi, al fine di rendere il libro accessibile al pubblico variegato dei cultori del dialetto parmigiano, oltre che a quegli studenti di Lettere dell’Università di Parma che a partire dalla primavera dell’anno prossimo seguiranno il mio corso di Dialettologia, in cui una metà delle lezioni verrà dedicata alla grammatica del nostro dialetto.
L’opera comprenderà quattro capitoli, i primi tre dei quali sono già stati ultimati, mentre all’ultimo sto lavorando: 1. Fonemi, suoni e scrittura, 2. I segni delle varie categorie sintattiche: peculiarità funzionali e morfologiche, 3. Le costruzioni, ovvero le combinazioni dei segni, 4. Peculiarità del lessico. Nei primi due capitoli si propongono numerosi ragguagli di grammatica storica relativi ai fenomeni studiati, inserendoli in nota affinché non disturbino la lettura ad eventuali fruitori della grammatica non interessati alla storia del dialetto parmigiano.
Nel libro si propone una grafia che rispecchia in maniera più adeguata e coerente di quella in uso le unità del sistema fonico del dialetto parmigiano odierno, mirando a razionalizzarne la scrittura. Così per esempio, tranne qualche rarissimo caso, non si usano lettere consonantiche doppie, visto che il dialetto parmigiano non ha consonanti «doppie» del tipo di quelle di detto, bótte dell’italiano. Si usano invece lettere vocaliche doppie per rappresentare le vocali accentate che hanno un’intonazione ascendente, come per esempio in noóza «noce», amiìg «amico», oltre che in alcune parole sopra riportate; di conseguenza, si propone di sostituire la lettera ä con eè.Conto di approntare entro l’inizio del prossimo autunno la versione definitiva dell’intera opera, che sottoporrò poi alla Consulta per il dialetto parmigiano al fine di essere certo che tutti i dati riportati siano esatti e il mio lavoro meriti l’imprimatur.
*Professore ordinario di Linguistica
all’Università di Parma

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