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Il 25 novembre

Violenza sulle donne, il sociologo: "Ecco perché riguarda tutti, soprattutto noi uomini"

In aumento le vittime: oltre 200 donne accolte al centro antiviolenza nel 2018
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Un femminicidio colpisce e tanto. Fa dire delle vittime «Poverette, che tragedia», ma poi rassicura pensare che sono casi lontani.  Lontani da sé, soprattutto.
Pure le botte, l'acido gettato e le altre variazioni sul tema violenza fisica fanno dire «Poverine». Ma già con dei distinguo: «Non poteva accorgersene prima?». «Perché non ha denunciato?». Se non te la cerchi non capiterà, insomma. E anche loro rischiano di venire liquidate velocemente con il «non mi riguarda». Tutto altrettanto lontano, lontanissimo.
«Il 25 novembre riguarda invece tutti, e gli uomini in particolare»: a dirlo è Marco Deriu, sociologo del Dipartimento di Discipline umanistiche, sociali e delle imprese culturali dell’Università di Parma, studioso di maschilità e di violenza di genere. «Abbiamo un enorme bisogno di mettere in discussione tutto un terreno grigio di modalità relazionali che magari non costituiscono in sé un reato e non sono riconosciute come violenza vera e propria, ma che rappresentano la forma e la struttura relazionale  su cui si strutturano forme di violenza sempre più esplicite e stringenti».
Di fatto, l'iceberg che ha la sua punta di morte e si allarga ai lividi, scende giù, giù, fino a una base fatta di comportamenti quotidiani poco riconosciuti ma capaci di riprodurre rapporti non sani e di non rispetto.
«Lo verifichiamo – spiega il sociologo, che collabora con Ldv, il centro per uomini maltrattanti dell'Ausl, ed è attivo in associazioni nazionali e locali che si occupano di questione che riguardano la maschilità - quando andiamo a parlare nelle scuole: è spesso considerato normale controllare il telefono, le chiamate della fidanzata, i messaggi, le chat e il profilo social. Ma anche i vestiti che indossa, le amicizie, chi vedrà andando a ballare la sera. Uno studente coraggioso ci ha confessato che nel passato aveva impedito alla ragazza di andare a un corso di nuoto, per il fastidio di saperla in costume alla vista di altri. Ecco, dovremmo porre attenzione a ciò che viene prima della violenza e che ci appare normale ma normale non è...».
E non è un caso che nella stragrande maggioranza dei casi il corto circuito riguardi le relazioni d'amore, «perché sono quelle più importanti, quelle in cui siamo in gioco di più. Da questo punto di vista è molto importante una riflessione collettiva sulle forme delle relazioni affettive che ci aiuti a riconoscere,  da una parte la vulnerabilità e fragilità che ciascuno porta nella relazione, dall’altra le forme di controllo, di potere e di mancanza di rispetto che spesso agiamo con scarsa consapevolezza».
C'è una questione di radici o - come la definisce Deriu - «una profondità storica: spesso veniamo al mondo e cresciamo dentro a storie e culture di violenza che ci precedono. Essere venuti a contatto durante l'infanzia e la gioventù con forme di violenza in famiglia o in contesti educativi e sociali è molto più diffuso di quel che si pensa. E questo - lo sappiamo da tanti studi - dà un’impronta e aumenta la probabilità di riprodurre delle modalità di relazione che possono favorire l’uso o la tolleranza della violenza. Controllarla significa, invece, anche saper rileggere la propria storia». 
C'è poi il tema di modelli e aspettative sociali «che sono profondamente radicati nella nostra mentalità  e che cambiano molto lentamente. I diversi modi di disciplinare o tollerare forme linguistiche, di abbigliamento, modalità di espressione dei desideri e della sessualità  o i rituali del corteggiamento o i modi di proporsi sono ancora profondamente segnati da modelli di genere». Genere maschile, ovviamente. E se la questione diventa molto evidente nella pubblicità e nelle rappresentazioni maschili e femminili dell'industria culturale, «ci sono anche terreni molto quotidiani: la libertà sessuale delle ragazze e la piena soggettività femminile sono ancora terreno di pregiudizi, stereotipi e di una mancata, completa accettazione.  Non a caso, molto spesso le critiche o i giudizi verso le donne nello spazio pubblico o nella politica insistono su elementi che riguardano la dimensione sessuale». O l’aspetto fisico.
E se gli uomini dovrebbero pensare «mi riguarda» è perché - sottolinea - la violenza ha una forza inquinante tale da condizionare i contesti familiari, di amicizia e di lavoro. Ma si estende anche molto al di là delle dirette relazioni tra soggetti coinvolti: produce dei vissuti, degli immaginari e delle potenti emozioni collettive che modificano le condizioni relazionali per tutti».
A volte basta domandare a maschi e femmine e confrontare le risposte, per capirlo. Ad esempio sul tema della sicurezza e dell'insicurezza. «Un'esperienza molto emblematica l'abbiamo vissuta a Praga, durante il Meeting annuale del network dei centri che lavorano con gli uomini maltrattanti (WWP). E' stato domandato prima ai maschi e poi alle femmine come si proteggono dalla violenza quando sono fuori casa. I maschi erano smarriti, non veniva in mente nulla se non stare lontano dalle risse. Quando hanno iniziato a parlare le ragazze, invece, è stato un lunghissimo elenco. Generalmente non ci pensiamo perché sono micro-scelte interiorizzate e sostanzialmente automatiche, ma il timore di essere oggetto di violenze e abusi costringe ciascuna donna a numerose forme di autoprotezione impensabili per un uomo e che riguardano orari, abbigliamento, incontri, dialoghi».
«La scommessa - conclude Deriu - è provare a immaginare delle forme di relazioni più egualitarie e paritarie, nelle quali nessuno sia costretto a rinunciare a parti importanti dei propri desideri e della propria esperienza o ad amputare la propria vita per compiacere o tenere buono il partner. Ed è un’occasione di maturazione relazionale per entrambi, uomini e donne».


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  • Maria Grazia

    24 Novembre @ 19.02

    Forse questi uomini ammalati di maschilismo che maltrattano le donne e le cosiderano "cose" di loro proprieta' su cui rivendicare un diritto "inalienabile" di possesso pensano di essere nati da un uovo di gallina? Tratterebbero cosi' anche la loro madre?

    Rispondi

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