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C'è un Paese nei guai: e stavolta non è l'Italia

C'è un Paese nei guai: e stavolta non è l'Italia

La Deutsche Bank

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Da un lato c'è un Paese nel quale la prima e la seconda banca navigano in acque talmente agitate da scuotere tutti i listini mondiali, sedute l'una su una montagna di derivati il cui numero fa rabbrividire (55 trilioni di dollari) e l'altra su un nutrito esercito di esuberi, 9600 dipendenti. Non solo: la prima azienda di quel Paese, a un anno dal mega-scandalo che l'ha coinvolta negli Usa, ancora non sa se la multa che incombe come la leggendaria spada di Damocle la metterà a rischio di bancarotta. E poi c'è un altro Paese che esce, seppur timidamente, dal cono d'ombra di quello spauracchio chiamato deflazione (+0,1% i prezzi rispetto a un anno fa), registra un tasso di disoccupazione in calo dello 0,4% per i giovani e un aumento dei posti di lavoro femminili e over-50. La notizia è che il primo Paese in questione è niente meno che la Germania mentre l'altro è l'Italia.
Le concitate cronache delle ultime ore relative a Deutsche Bank e Commerzbank (nonché Volkswagen con il suo Dieselgate sullo sfondo) non cancellano ovviamente la forza della locomotiva tedesca e la solidità del primo Paese manifatturiero d'Europa né d'altro canto una manciata di dati positivi snocciolati dall'Istat può far svanire in un attimo le nostre fragilità, ridurre l'enormità del debito pubblico o far evaporare le sofferenze del sistema bancario. Però ci raccontano che la crisi politica, economica e finanziaria che ha scosso l'Europa non risparmia nessuno.
La questione più grave in queste ore riguarda Deutsche Bank. E' già la terza volta che nel corso del 2016 il primo istituto tedesco agita i listini dove il titolo è sprofondato ai minimi da 24 anni con un'emorragia del 60% del valore in pochi mesi, anche se ieri le rassicurazioni dell'ad John Cryan e le voci di una fortissima riduzione della multa per lo scandalo dei subprime hanno fatto rimbalzare le azioni da un raggelante -9% a un euforico +6,3% (addirittura +14% a New York). Il momento per le banche, lo sappiamo, è delicato: il cocktail di tassi negativi, scarsa crescita economica e politiche monetarie accomodanti che solo in parte hanno ottenuto i risultati sperati è micidiale. Ma nel caso di Deutsche Bank c'è qualcosa di più. Se l'ultimo fulmine è la richiesta del Dipartimento di Giustizia americano di 14 miliardi di multa con la conseguente "fuga" di diversi hedge funds, la sfilza di scandali e le pericolosissime scorte di derivati partono però da molto più lontano (ricordate la brutta vicenda della manipolazione del tasso Libor?). Così come sono vecchi i nodi che rischiano di strozzare Commerzbank, salvata dal denaro pubblico otto anni fa e tornata di recente all'utile, ma ora nuovamente in difficoltà tanto da stimare il taglio di un quinto della forza lavoro.
Ecco, gli aiuti pubblici. Il vero nocciolo della questione è questo: dopo aver profuso miliardi per il proprio sistema bancario in difficoltà nel 2008-2009, Berlino ha sistematicamente bacchettato tutti i partner continentali in odore di aiuto di Stato. L'anno prossimo in Germania si vota, la Merkel non può permettersi di fronte all'opinione pubblica tedesca di versare soldi pubblici nelle banche (Berlino smentisce ogni tipo di salvataggio) ma la Cancelliera non potrebbe nemmeno assistere al collasso del sistema del credito tedesco. C'è poco da gioire dei mali in casa d'altri, comunque: Deutsche Bank - parola dell'Fmi - ha dimensioni tali da renderla l'istituto con l'impatto sistemico potenzialmente più devastante al mondo. La stabilità finanziaria di tutti i mercati passerà fatalmente (anche) da qui.

atagliaferro@gazzettadiparma.net

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  • Remo

    01 Ottobre @ 18.01

    muoia "Sansone" con tutti gli Europei... :-(

    Rispondi

    • jeffroy

      01 Ottobre @ 23.46

      giusto: ma correggerei "con tutti gli europeisti"

      Rispondi

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