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Daveri: "Fino al 2015 non ci sarà vera ripresa"

Intervista a Francesco Daveri, economiasta, docente di scenari economici

Daveri: "Fino al 2015 non ci sarà vera ripresa"

Francesco Daveri, economista

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Patrizia Ginepri

Tutto costa meno, ma poi cadono i salari e si rischia la depressione. In poche parole: deflazione. La verità è che non tutti sanno esattamente che cosa possa portare realmente questo scenario. Ma come insegna la storia dell’economia giapponese, quando entri nella trappola di stagnazione e deflazione uscirne non è facile. Ne parliamo con l'economista Francesco Daveri.

Rischio deflazione in Europa, Draghi tranquillizza, lei teme che possa avverarsi?
Indubbiamente l'inflazione tendenziale è diminuita: il tasso attuale, rispetto a dodici mesi fa, sta andando verso lo zero. Al momento, tuttavia, in Europa non si può ancora parlare di deflazione. Nel nostro Paese, ad esempio, emergono gli effetti molto chiari della crisi dei consumi e della domanda interna e le aziende, anche se hanno costi più alti, non sono in grado di trasferirli sui prezzi. Per questo motivo l'inflazione si raffredda: oggi il tasso è infatti allo 0,8%, il livello più basso da quattro anni, mentre fino a tre mesi fa era all'1,5%.
Il capo economista della Bce Peter Praet sostiene che il rischio deflazione è legato a un eccesso di debito, unico nella storia dell'Europa del dopoguerra. Concorda?
E' vero, perché in realtà oggi è presente la combinazione di un eccessivo indebitamento sia pubblico che privato. Cito l'esempio della Spagna: l'acquisto della prima casa o addirittura della seconda casa, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, ha determinato un forte aumento dell'indebitamento privato. Le banche hanno concesso affidamenti in modo un po' incauto e quindi si sono esposte a loro volta.
E questo cosa ha causato?
Fino al 2007 la Spagna aveva il 36% di rapporto debito pubblico/Pil oggi ha il 90% perché le banche dovevano essere salvate e i disoccupati spagnoli dovevano ricevere un sussidio. Morale: ci sono state tante voci di spesa pubblica e minori entrate fiscali e questo ha determinato un aumento del deficit prima e del debito pubblico poi arrivando alla fine a una pericolosa coesistenza.
La conseguenza?
In Spagna, come anche in Italia, sta diminuendo l'indebitamento privato perché i cittadini tirano la cinghia e quindi consumano nettamente meno. Per questo motivo Praet afferma che l'indebitamento è una delle ragioni che porta alla deflazione.
Come si esce da questa situazione?
Mediamente ci vogliono 7-8 anni per uscire da una crisi che ha come scenario famiglie e imprese indebitate da un lato e banche con i bilanci in cattive condizioni dall'altro. Se pensiamo che tutto è iniziato nel 2008 questo ci porta a prevedere che fino al 2015 risulta piuttosto difficile pensare a una crescita robusta. Magari riusciremo ad avere un segno più anche l'anno prossimo però sarà un segno decimale.
Lei ha citato in un'intervista la sindrome giapponese
Il Giappone è stato l'unico paese nel secondo dopoguerra ad aver avuto la deflazione. Il livello dei prezzi è diminuito di oltre il 10% dal 1990 a oggi. L'unico precedente storico era stata l'America degli anni Trenta, ma per fortuna era molto diversa da ogni situazione che possiamo riscontrare oggi. In America Pil e prezzi erano scesi entrambi di circa il 22-23% in 4 anni, mentre quello che ha riguardato il Giappone è un calo più dolce: complessivamente negli ultimi 20 anni il Pil è aumentato perchè il paese ha multinazionali che riescono ad essere presenti nel mondo con prodotti che spesso non hanno rivali.
Torniamo all'Europa, la Bce è in difficoltà a gestire questa situazione di crisi?
La Bce sta gestendo una situazione che non può risolverere. Ciò che può fare è evitare guai peggiori ed è questa la strada intrapresa finora con la riduzione del tasso di interesse che la banca fa pagare alle banche commerciali europee. Ha anche realizzato un piano straordinario il cosiddetto Ltro erogando fondi alle banche con interessi molto bassi per un periodo di tre anni. Questo ha dato respiro, ma la Bce non poteva imporre alle banche di far arrivare liquidità a imprese e famiglie.
Come sono stati utilizzati questi fondi?
Le banche hanno fatto due cose: innanzitutto hanno messo il denaro a riserva ridepositandolo dentro la Bce, perché dovevano ricostituirsi un capitale di sicurezza che potesse aiutare a far fronte alle crisi e in secondo luogo hanno acquistato i titoli più convenienti in giro, ovvero quelli del debito pubblico, con un tasso di rendimento di 3-4 punti, garantiti proprio dalla volontà della Bce di non lasciar in qualche modo fallire l'euro nel suo complesso come impresa. Ciò ha reso molto appetibile per le banche commerciali acquistare questi titoli. L'alternativa era dare i soldi alle imprese in un periodo di recessione con il rischio di non vederli tornare indietro e quindi di avere un peggioramento dei bilanci che già non erano in buone condizioni.
Proprio qualche giorno fa De Benedetti ha detto: meno male che c'è Draghi...
Quello che conta non è il singolo. E importante, invece, il fatto che la Bce abbia dedicato un'attenzione ai problemi di carattere reale dell'Eurozona che in passato non aveva mostrato.
La commissione Ue ha appena avviato una procedura di revisione nei confronti della Germania per eccessivo surplus commerciale. Per il Nobel Paul Krugman Berlino non danneggia solo l'Europa ma la crescita globale. Lei cosa ne pensa?
I tedeschi hanno le loro ragioni. Nel senso che il loro surplus commerciale è diventato tale soprattutto nei confronti dei paesi esterni all'euro. Avevano un surplus molto più elevato cinque anni fa, pari a circa 5,5 punti di Pil, ora è sceso a 2 punti rispetto agli paesi dell'area euro. Quindi, l'accusa che viene mossa dall'Eurozona è oggi meno giustificata di ieri.
Obama dice che la Germania esporta la propria disoccupazione
Il concetto è questo: con il surplus i tedeschi vendono di più, creando un maggior numero di posti lavoro nel paese e dunque sottraendoli all'esterno. Io non sono d'accordo con Obama perché l'idea della Germania è che finchè aumenta la dimensione della torta e dunque il Pil mondiale cresce del 3-4% l'anno ci sta che tutti esportino di più. Esiste la competizione e se i tedeschi riescono a vendere di più all'estero e a importare di meno è un problema degli americani.
Molti temono la cosiddetta «jobless recovery», una ripresa economica senza la diminuzione della disoccupazione
Il rischio è reale, succede regolarmente all'inizio di una ripresa economica. In Italia, ad esempio, dopo un un lungo periodo in cui era stata utilizzata in maniera consistente la cassa integrazione, la mini ripresa del 2009-2010 è servita sostanzialmente a riassorbire un po' di cassaintegrati. Oggi facciamo i conti con un numero importante di licenziamenti e anche le ore lavorate sono diminuite con la cassa integrazione in deroga o straordinaria.
Cosa dobbiamo aspettarci?
Nel momento in cui ci sarà una ripresa verranno prima riassorbite le diminuzioni di ore. E poi per assumere la crescita dovrà avere un certo respiro in modo che le aziende possano avere un po' di margine. Di solito avviene così, prima aumenta la produttività e poi arriva l'occupazione attraverso gli investimenti.
Lei è ottimista o pessimista?
Io credo che il segno più tornerà di sicuro, però andremo incontro ancora a qualche anno di difficoltà in cui ci sarà una fortissima selezione tra le aziende italiane. Quelle che sopravviveranno lavoreranno molto meglio che in passato riuscendo ad andare a vendere in mercati lontani prodotti con qualità ancora più alta. Al tempo stesso ci saranno imprese in difficoltà, soprattutto le piccole che purtroppo fanno più fatica ad ottenere il credito bancario.

 

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