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Come da un male può nascere un bene

Michele Brambilla

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Per cosa vi state indaffarando, arrabbiando o rallegrando? Se, come me, vi state indaffarando, arrabbiando o rallegrando per le "cose" di sempre, le piccole cose che crediamo grandi, vi consiglio di leggere il libro «Il senso del tumore per la vita» di Paolo Colonnello (Quattro.D editore, 222 pagine, 16,90 euro).
Colonnello è un mio collega e amico da trent'anni, per qualche tempo abbiamo pure lavorato nello stesso giornale, La Stampa, dove lui fa l'inviato di cronaca giudiziaria. Un anno e mezzo fa - quando aveva 55 anni, una moglie, due figli, un bel lavoro - si è deciso a togliere una specie di pallina di grasso che si sentiva nella pancia, e che si era illuso fosse una ciste. Invece era un tumore, un maledetto tumore di quelli brutti: angiosarcoma. Com'è che si dice in questi casi? Che ti crolla il mondo addosso. E invece il mondo non crolla, sei tu che crolli, il mondo va avanti anche senza di te, ed è questo che è terribile. L'orizzonte si restringe, il tempo si fa breve. Tutti noi abbiamo pensato qualche volta: se capita a me, impazzisco.
E anche Colonnello va fuori di testa. Però, però. Il tempo passa e capisci che la realtà può essere diversa. «Spesso, là dove crediamo di trovare la gioia scopriamo il dolore e dove invece ci aspetta il dolore possiamo scoprire il tesoro», scrive Colonnello. Il suo racconto è bellissimo e commovente, è la storia di uno scenario che cambia in modo imprevisto. L'Istituto dei tumori di via Venezia a Milano è vicino a casa sua, lui ci passava davanti la mattina quando andava a correre e «si toccava le palle» pensando che mai e poi mai. E invece quell'ospedale diventa la sua casa, un mondo che non si può immaginare, con i suoi riti quotidiani, la sua disciplina, il suo linguaggio inquietante. Colonnello viene ricoverato nel reparto "Tumori rari" («Cinque persone ogni centomila ci cascano ogni anno. E io sono uno di quei cinque pirla») e il salone dove gli somministrano le cure ha un nome che sembra da caserma: "Iniettorato". Ma l'umanità, la solidarietà, la speranza e perfino la gioia di vivere (sì: anche la gioia di vivere) che Colonnello incontra qua dentro è una scoperta che gli fa distinguere tra un "prima" e un "dopo" («Il tumore ti ha azzerato. E non è detto che sia un male») e tra un "dentro" e un "fuori". Dentro ci sono medici e infermieri che hanno fatto di questo mestiere una missione; che si commuovono, che ti diventano amici, che ti confidano le loro pene, spesso pure loro sono ex malati di cancro; e ci sono malati che com-patiscono con te. Fuori c'è quello che prima ti sembrava il tuo mondo, il tuo bel mondo, e ora ti accorgi che la solita tv che ti aveva invitato a parlare delle inchieste giudiziarie, quando viene a sapere che sei pelato per la chemio, annulla la trasmissione con una telefonata imbarazzata. Ma poi anche il fuori cambia in meglio, perché sono nuovi gli occhi di chi è salito sulla croce: «Mi accorgo finalmente degli altri, mi accorgo del tappeto di foglie bellissime su cui sto camminando e mi chiedo: possibile che veda tutta questa bellezza? Perché non me ne sono accorto prima?».
Paolo Colonnello è stato operato due volte, ha fatto la chemio e ora il referto parla di «remissione completa» della malattia. Per adesso è guarito. Ma per sempre è cambiato. Il suo libro è la testimonianza di come da un male può nascere un bene.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • Biffo

    23 Ottobre @ 17.14

    In famiglia, ben tre persone sono state vittime di tumori, mia nonna,mia madre e mia sorella. Quest'ultima se n'è andata in pochi mesi, a 34 anni. Io ho ospitato un tumore alla prostata, sono stato operato, ho avuto il piacere di due recidive, "curate" con ormonoterapia e radioterapia, faccenduole che ti riducono un eunuco, un bambolotto , senza nemmeno più umori e sudori dal sentore naturale. Come Madre Regina ho avuto accanto mia moglie, mia sorella i suoi e miei genitori. Una mia amica se n'è andata, minata da tre tumori, e nell'Hospice, anticamera del cimitero, a sostenerla era il suo carattere d'acciaio al titanio. Io, come il poveraccio della poesia di Quasimodo, come milioni di altri nelle mie condizioni, sto solo, sul cuor della terra, trafitto da raggi micidiali , e spero solo che non sia subito sera.

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