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Siria, perché Trump ha cambiato idea?

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«America first!», «L'America prima di tutto!» è stato forse il più famoso slogan elettorale di Donald Trump, quello che ha accompagnato, come un basso continuo, l'intera marcia che lo ha portato alla Casa Bianca. In poche battute sintetizzava l'idea, molto radicata nell'elettorato americano - soprattutto quello dell'America profonda, dove la gente non ha il passaporto, parla solo inglese, e ha problemi a posizionare Roma, figuriamoci poi Damasco, su una cartina muta - che gli Stati Uniti bastino a se stessi e non abbiano bisogno di proiettare la propria forza oltre i propri confini in dispendiose e inutili guerre all'estero. Trump, insomma, ha corteggiato e dato nuovo smalto a un sentimento isolazionista che è stato sempre presente, e molte volte maggioritario, negli Stati Uniti. Fino alla settimana scorsa sembrava quindi improbabile che Trump s'imbarcasse in un attacco missilistico - per quanto limitato e in qualche modo annunciato anche alla Russia - contro un aeroporto siriano e minacciasse, muovendo una squadra navale, la Corea del Nord tutta presa nel suo solito «showdown» propagandistico a base di test missilistici e millantate esplosioni nucleari sotterranee. Una routine che continua da molti anni senza, va detto, mai sfociare in un conflitto vero e proprio.
È come se Trump, eletto per attuare una vera e propria rivoluzione conservatrice e populista tutta interna agli Stati Uniti, d'un tratto sia stato aggredito dalla realtà brutale della politica estera di una superpotenza globale. Certo fa una certa impressione confrontare i «tweet» - gli slogan di 140 caratteri che sono il mezzo di comunicazione preferito di The Donald - che Trump scriveva nel 2013 con quelli di ora. Si va da un bellicoso «Dobbiamo stare fuori dalla Siria, i “ribelli” sono cattivi proprio come il regime. CHE COSA OTTERREMO PER LE NOSTRE VITE I NOSTRI MILIARDI? ZERO» (il maiuscolo è nel testo) a un altrettanto bellicoso «La Corea del Nord è in cerca di guai. Sarebbe grande se la Cina decidesse di aiutarci. In caso contrario risolveremo il problema senza di loro! USA». Il Trump del 2013 diffidava Barack Obama dall'intervenire in Siria senza avere l'autorizzazione del Congresso, quello del 2017 ha ordinato l'attacco usando i poteri presidenziali senza chiedere nessuna autorizzazione preventiva. Una svolta sconcertante che, paradossalmente, ha una logica politica abbastanza stringente. Solo che non va cercata in un cambio di strategia nella politica estera, quando nella proiezione che un'azione di guerra provoca nell'opinione pubblica americana. Un presidente che decide, un presidente che si commuove per la morte di bambini innocenti, un presidente che usa la forza per motivi umanitari, è un presidente che emana forza e capacità di leadership: quella leadership che è mancata, almeno secondo i media, nei primi cento giorni di governo di Trump. Non è un caso che l'attacco sia arrivato alla fine di una settimana dedicata, secondo i «talking point» della comunicazione della Casa Bianca, proprio alla leadership. Il problema è che questa dimostrazione di forza, per ora limitata e gestibile diplomaticamente, senza una strategia adeguata, potrebbe generare una reazione a catena difficilmente arrestabile. Ma questa per ora è solo una fosca previsione.
pferrandi@gazzettadiparma.net

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