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Macron, la sfida della speranza

La sfida della speranza
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«Questa sera s’è aperta una nuova pagina della nostra lunga storia. Io voglio che sia quella della speranza e della fiducia ritrovate». Con queste parole, molto secche e neppure troppo retoriche data la situazione, Emmanuel Macron ha salutato la sua vittoria – più ampia di quello che pronosticavano i sondaggi – su Marine Le Pen.
«Espoir» e «confiance», «speranza» e «fiducia», due parole che sembravano scomparse dal lessico politico, sostituite dalle parole d’ordine della marea populista che sembrava sul punto di travolgere l’Europa e il mondo intero. «Rabbia», «collera», «sfiducia», infatti, sono moneta corrente nelle nostre analisi e nei nostri discorsi. Ma ieri sera la Francia ha scelto altrimenti. Come avevano scelto altrimenti gli Stati Uniti nel 2008, quando Barack Obama aveva sconvolto la politica americana con la sua travolgente campagna elettorale nel nome ancora una volta della «speranza», l’«hope» che era diventato il «leitmotiv» dei suoi discorsi e del suo messaggio. E anche allora Obama parlava a un paese con il morale sotto i tacchi, nel bel mezzo della peggiore crisi economico-finanziaria che il mondo ricordi. Ci vuole molto coraggio a ribaltare l’umore dominante di un’epoca, quello che chi ha studiato chiama «zeitgeist» e chi si occupa di marketing politico «sentiment». Bisogna essere cocciuti, avere il gusto della sfida e del pensare controcorrente. Essere, in poche parole, un leader. Quando poi Macron - nel suo primo discorso da presidente eletto - ha parlato di Europa ricordandone il «destino comune» ha portato in primo piano l’altro elemento eretico della sua campagna: il suo forte europeismo in un’epoca di euroscetticismo. Un altro pugno in faccia allo «zeitgeist». Ora, però, questa vittoria di un uomo solo deve essere consolidata dalla vittoria di un movimento che è chiamato a diventare il primo partito di Francia. «En Marche!», il movimento creato da Macron, si trova davanti alla sfida delle legislative di giugno. I sondaggi, per ora, sono positivi e il fatto che Marine Le Pen non abbia superato il 40% - che secondo i sondaggi era alla sua portata - è un altro elemento di ottimismo per i seguaci del leader centrista. Ma il sistema francese - che prevede il doppio turno in collegi piccoli - non è esattamente lineare e prevedibile perché bisogna vedere come funzionerà a livello locale il «barrage» contro il Front National. Servirà molto lavoro sul territorio e un’organizzazione molto ramificata. Una cosa difficile da mettere in piedi in poco tempo. In più sia Marine Le Pen che Jean-Luc Mélenchon - cioè il populismo visto da desta e da sinistra - hanno annunciato propositi bellicosi. La Le Pen ha detto di essere pronta a cambiare radicalmente il Front National, che, addirittura, cambierà nome. Insomma Macron ha appena vinto una tappa di montagna di quelle dove si creano le leggende. Ma non ha vinto il Tour. Per questo Macron - che ha vinto un ballottaggio con affluenza in calo e con un gran numero di schede bianche - si è rivolto agli scontenti, cioè agli elettori della Le Pen e di Mélenchon che a «fiducia» e «speranza» hanno preferito «rabbia» e «sfiducia». E’ questa la sfida che lo aspetta. Dalla sua parte ha il traino della vittoria a valanga e il fatto che Madame Le Pen ha perso parecchia della sua magia nella pessima performance televisiva di mercoledì scorso. E anche la retorica di Mélenchon - astuta, ma vecchia e francamente parolaia - d’un colpo è sembrata antiquariato politico di fronte all’asciuttezza di Macron. Poi ci sono i partiti tradizionali che sono rimasti annichiliti dal risultato delle presidenziali, ma che hanno ancora molte potenzialità a livello locale. Quello che aspetta Macron, quindi, è un vero e proprio salto mortale. Un numero al trapezio senza rete, ma che con l’entusiasmo di ieri sera, è forse possibile.
pferrandi@gazzettadiparma.net

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