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C'è bisogno di uomini, non di leggi elettorali

Michele Brambilla

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Trentatré anni fa di questi giorni (11 giugno 1984) moriva a Padova Enrico Berlinguer. Si era sentito male dopo un comizio, davanti alla sua gente. Aveva sessantadue anni ed era segretario del Pci dal 1972. Nato in una famiglia borghese, addirittura di nobili origini, aveva dedicato la vita al sogno di una società comunista, nel senso più puro del termine. Si era convinto, con il passare degli anni, che la via sovietica (ma anche cinese, vietnamita, cambogiana, eccetera) al comunismo era fallimentare, perché si risolveva in dittature disumane, come disumane sono tutte le dittature: ma è sempre rimasto fedele al sogno (forse all'utopia) di una società in cui venga dato «a ciascuno secondo il proprio bisogno».
Credo che in Italia non ci sia un solo anticomunista che parli male di lui. Berlinguer era un uomo onesto, e tutti glielo riconobbero. Quando morì, il segretario del Msi Giorgio Almirante andò a rendergli omaggio alla camera ardente allestita alle Botteghe Oscure, sede del Pci. Appena lo videro, i militanti del servizio d'ordine comunista ebbero un attimo di imbarazzo: ma davvero solo un attimo. Lo fecero passare e gli consentirono di andare a porgere l'ultimo saluto al “rivale”: le idee erano differenti, anzi opposte, ma c'era il riconoscimento dell'onestà intellettuale, c'era il rispetto, c'era una sorta di onore delle armi. Almirante era stato un fascista, anzi era ancora, in quel momento, un fascista: ma era anche un uomo che si sapeva meritare il rispetto dei comunisti.
Ho visto Almirante, da bambino, a un comizio del Msi in piazza Tricolore a Milano, in un pomeriggio di incredibile tensione, con la zona blindata dai reparti della Celere. Era un uomo affascinante, dalle straordinarie qualità oratorie. Aveva combattuto la guerra civile dalla parte sbagliata, ma aveva avuto il coraggio di pagarne le conseguenze, accettando di passare quel che gli restava della vita dalla parte dei vinti. Con il trascorrere degli anni aveva riconosciuto la superiorità della democrazia, e ne aveva accettato le regole.
L'Italia era, in quei tempi, governata dalla Dc. Da uomini prima come Alcide De Gasperi, poi Moro, Fanfani, Andreotti. De Gasperi, da presidente del consiglio, quando andò in visita ufficiale a Washington si fece prestare un cappotto perché il suo era di seconda mano, e risvoltato: a comprarne uno nuovo non ci pensò neppure. Aldo Moro, a un certo punto della sua vita, capì che per il Paese era necessaria una pacificazione nazionale, o meglio una grande alleanza popolare, e fece con Berlinguer il compromesso storico. Ne pagò le conseguenze con la vita. Erano gli anni in cui alla presidenza della Repubblica c'era un uomo, Sandro Pertini, che aveva passato la giovinezza in galera e quando usciva dal Quirinale spegneva la luce.
Perché parlo di quegli uomini? Perché in questi giorni si dice che sta tornando il sistema elettorale proporzionale della Prima Repubblica, e si discute se sia un bene oppure no. Ma il vero guaio non è il sistema, il vero guaio è che non ci sono più uomini come coloro che lo incarnarono ai tempi dei vecchi partiti. Uomini, quelli, che al primo posto mettevano il Paese. Provate a pensare ai calcoli elettorali dei leader di oggi, e poi ditemi se è solo la nostalgia a suggerire certi impietosi confronti.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • corra

    06 Giugno @ 08.21

    purtroppo caro direttore quello che lei ha scritto è la sacrosanta verità, non abbiamo più degli "onorevoli"ma degli ignobili e con questa definizione non credo di andarci giù pesante.

    Rispondi

  • leoprimo

    04 Giugno @ 23.33

    Caro Direttore Brambilla, mi permetta il caro visto che abbiamo la stessa età, lei cita nomi e periodi nei quali entarmbi abbiamo vissuto ma è come se leggesse una formazione calcistica storica: l' Inter di HH; il Grande Torino; il Milan del Paron o la Juventus del primo Trap. Squadre che si giocasse al calcio mille anni resteranno nelle nostre teste di " vecchi nostalgici" nient'altro. E' come se si volessero riscrivere le regole del calcio pensando di rivedere quei calciatori, lei sa meglio di me che non è possibile. Resta la speranza, la speranza che un giorno i nostri figli possano saper scegliere fra politici migliori, uomini non macchiette di partito ma nonostante il Suo inguaribile ottimismo che peraltro auspico e condivido, dubito possa accadere. Il decadimento cala come la nebbia d'autunno e oscura l'orizzonte. Le sembrerò banalmente decadente e un po' malinconico ma immagini il lotto dei politici che presto o tardi si giocheranno gli scranni delle nostre istituzioni e, la prego, legge vecchia o legge nuova, rabbrividisca con me, da coscritto, niente più.

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