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E' sempre più intricato il rebus della Corea del Nord

Il rebus Corea del Nord sempre più intricato
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Doveva colpire a sud, verso l’isola di Guam come aveva più volte annunciato. E invece Kim Jong-un ha colpito a nord, spiazzando tutti e facendo capire che c’è del metodo nella sua – percepita – follia. Non è, infatti, la prima volta che un missile nordcoreano sorvola lo spazio aereo giapponese – era già accaduto nel 1998, nel 2009, nel 2012 e nel 2016 – ma è la prima volta che Pyongyang riconosce che si tratta di un missile balistico a raggio intermedio (con tutta probabilità un Hwasong-12) capace di trasportare una testata nucleare e non di una prova per il lancio di qualche fantomatico satellite come negli anni scorsi. Forse per questo le reazioni giapponesi sono state così veementi e preoccupate.
Sentire le sirene che suonano e gli altoparlanti che intimano alla gente di cercare riparo – questo è quello che è successo nell’isola di Hokkaido – perché sta passando un missile è stato uno choc in un paese dove è ancora viva la memoria della carneficina nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Ancora più choccante è stato per i giapponesi capire che la coperta della loro difesa anti-missile è drammaticamente corta. Ufficialmente le autorità hanno assicurato che non si è tentato di intercettare il missile nordcoreano perché si è valutato che avrebbe sorvolato il paese senza fare danni, come poi è effettivamente successo, visto che il razzo è caduto in mare a più di mille chilometri dalla costa. Ma il dubbio di un esercito – anzi di una «Forza di autodifesa», visto che Tokyo non ha un esercito vero e proprio – preso alla sprovvista resta. Ed è pesante. Questo avrà conseguenze in un paese sempre più tentato di fare a meno della sua costituzione pacifista e che sta aumentando di anno in anno il suo budget per la difesa. Una tendenza che ha già scatenato grosse tensioni, visto che la lotta contro l’imperialismo giapponese è il mito fondante di praticamente tutti i paesi dell’area. Non è un risultato da poco per un test balistico – il 18° da inizio anno – che dimostra una volta di più i progressi dell’esercito nordcoreano in fatto di missili.
Ieri Donald Trump ha twittato che «dialogare non è la risposta», visto che ormai sono 25 anni che gli Stati Uniti «dialogano» e sottostanno alle «estorsioni di denaro» della Corea del Nord. Resta da capire quale sia la risposta adeguata, visto che l’opzione militare è molto improbabile: anche in caso di un massiccio attacco preventivo convenzionale, infatti, a Pyongyang resterebbero abbastanza armi per scatenare un inferno a Seul che dista una cinquantina di chilometri dal confine e probabilmente per lanciare, dai sottomarini e dalle piattaforme mobili, missili contro il Giappone. Forse non nucleari, quasi sicuramente con testate chimiche. Uno scenario da incubo. D’altronde l’opzione di un «fist strike» nucleare è fuori dalla realtà. Forse l’unica risposta possibile è fare pressioni vere sulla Cina e rassegnarsi a un’adeguata politica di «containment», cioè contenimento, dell’ormai raggiunta capacità nucleare della Corea del Nord. Magari facendo sentire Corea del Sud e Giappone tanto sicuri dell’ombrello nucleare Usa da rinunciare a scatenare una pericolosa corsa agli armamenti atomici nell’area. Sempre che la Casa Bianca prenda sul serio il suo ruolo. Cosa che per ora, nonostante tutti i proclami, non sembra fare: per esempio Trump deve ancora nominare l’ambasciatore a Seul.
pferrandi@gazzettadiparma.net

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