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Catalogna, al volante non c'è nessuno

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Esistono momenti della storia dove sembra che le cose accadano senza che l'agire umano riesca a farle deviare dalla loro traiettoria. Di solito infausta. Sembra quasi che la storia sia un immenso volante - l'immagine è di Louis Aragon nel suo «Paysan de Paris» - che si gira da solo senza che nessuna mano intervenga per dargli una direzione. Ecco, questa domenica di voto e cariche poliziesche in Catalogna sembra davvero un volante che si gira da solo. E che purtroppo punta verso un burrone.
Cerchiamo di mettere le cose in chiaro. Il referendum secessionista promosso dalla «Generalitat» catalana è illegittimo perché la Costituzione spagnola non contempla la possibilità per una regione - peraltro già dotata di ampie autonomie - di fare una secessione. Indire un tale referendum, in poche parole, significa porsi fuori dalla legalità in Spagna.
Al tempo stesso appare velleitario cercare di bloccare con la polizia la volontà della maggioranza democraticamente certificata dei cittadini catalani - sempre che questa maggioranza esista e possa essere certificata - di staccarsi dalla Spagna, anche se il diritto alla autoderminazione interna non è riconosciuto dal diritto internazionale se non in casi che non si applicano certo alla democrazia spagnola. Viene da dire che quando si è arrivati al punto in cui si è giunti in questi giorni, tutti hanno già perso. Quello che succederà stamattina, infatti, è già scritto. Da una parte - come notava in un suo intervento Juan Luis Cebrián, presidente del quotidiano spagnolo «El País» - «alcuni diranno che, nonostante gli ostacoli dei tribunali e la repressione di Madrid, sono riusciti a far sì che una massa considerevole di cittadini si avvicinasse alle urne o almeno cercasse di farlo: cioè, che la consultazione si è celebrata, salvo nei casi in cui è stato impedito dalle forze pubbliche. Altri che non c’è stato il referendum perché, appunto, non poteva esserci». E che, in ogni caso, si è svolto in condizioni talmente precarie da non essere comunque valido secondo gli standard democratici. Insomma saremmo da capo, ma con un risultato, che per la legge spagnola non esiste perché è frutto di un atto illegale. Ma che, afferma invece la legge catalana - ugualmente illegittima secondo la Corte costituzionale spagnola -, dovrebbe far partire in automatico la secessione, in caso di scontata vittoria del sì. Il burrone è più vicino.
Servirebbe qualcuno capace di sterzare violentemente il volante. Magari riprendendo la trattativa per aumentare i poteri dell'autonomia catalana anche dal punto di vista fiscale. Il problema è che questa soluzione era già stata trovata e votata sia dal parlamento catalano che da quello spagnolo. Ma il cambio di maggioranza - i popolari di Rajoy hanno preso il posto dei socialisti di Zapatero - e, ancora una volta la Corte costituzionale, hanno cancellato la soluzione autonomista, scatenando il demone secessionista. Servirebbe un briciolo di prudenza, una virtù cardinale che, secondo la dottrina cattolica aiuta a «discernere, in ogni circostanza, il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per attuarlo». Ma purtroppo né il cattolicissimo Rajoy, né l'indipendentista Puigdemont sembrano possederne la dose necessaria.

pferrandi@gazzettadiparma.net

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  • eugenio

    03 Ottobre @ 08.42

    Troppo comodo frammentarsi e rimanere sotto l'ombrello UE

    Rispondi

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