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Le scuse scomparse in un mondo incivile

Le scuse scomparse in un mondo incivile

Foto dal film : "Il sorpasso" (archivio)

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La formula dovrebbe essere talmente comune da contemplare anche il prestito da un'altra lingua. Ossia il «pardon» leggero e aristocratico che evita la continua ripetizione dello «scusa» o del «mi scusi», senza arrivare al «chiedo perdono» che sa tanto di confessionale. Ci sarebbe anche una versione più aulica, ossia il «peto veniam» nella lingua di Ovidio. Ma, essendo ormai il latino sepolto oltre che morto, a usarla, le possibilità di venire fraintesi sono alte. E malamente, in questo caso. No, qui siamo a una pagina ormai sbiadita del dizionario dell'educazione: tra le buone abitudini in via d'estinzione c'è proprio quella di chiedere scusa (oltre a salutare, a dire per favore, grazie e prego). Chiedere scusa perché si è commesso un errore, perché si è fatto del male a qualcuno, perché si è stati sgarbati o solo perché si è invaso l'altrui spazio vitale, magari anche solo interrompendo un colloquio o esagerando con i decibel vocali (maledetti open space). Più facile considerarsi perfetti e non mettersi mai in discussione: tirar dritti come ruspe. E il più facile qui confina con il più «codardo». Più stupido, se s'arriva al colmo di pensare che la cieca debordanza coincida con la forza. E che le buone maniere siano dei deboli.
Il peggio di sé lo si dà in auto, quando lo sconosciuto idiota in perenne agguato si sente un onnipotente Jeeg robot, circondato non da una carrozzeria, ma da una corazza a quattro ruote. E così il colpo di clacson che d'istinto accompagna l'inchiodata in extremis, quando il gentiluomo (o gentildonna) taglia la strada o sfiora in un sorpasso o prende la mira all'auto del prossimo per il frontale perfetto (magari con lo sguardo chino sullo smartphone d'ordinanza), è quanto mai improbabile che venga contraccambiato con un gesto di scuse. Se non proprio in un perentorio dito medio, la risposta consiste in una mano alzata di taglio con uno scatto, a significare: «Non rompere». Della serie: io sono io, e tu non sei un bel niente. Quanti «delitti del cacciavite» sarebbero stati sventati sul nascere da una mano alzata invece in segno di scuse... Siamo alla legge della giungla? Magari. Anche ai cacciatori “primitivi” era chiaro che per essere vincenti le tattiche dovevano essere collettive. Sociali. E per stare insieme qualche regola serve.
Per restare sulla strada e in tema, si può anche scendere dall'auto per salire su un mezzo pubblico. Metti insieme tante persone e fai un luogo di pena: la regola è quasi sempre valida. Anche dove ci si picca d'essere all'avanguardia della civiltà. Un mio zio nato in una sperduta frazione del nostro Appennino, educato nel rigore contadino di una volta, negli anni '60 emigrò a Parigi. La sera tornava alla sua casa di periferia: curava i conigli come gli era stato insegnato a fare da ragazzo tra i monti. Ma ci sapeva fare anche con le persone. Forse anche per questo arrivò a coprire incarichi di prestigio nella banca nella quale era entrato da fattorino. «Mi scusi, se ho messo il mio piede sotto il suo» esclamò una volta in metrò al tizio che gli aveva assestato un pestone senza batter ciglio. L'altro non capì. Consola che l'ottuso fosse un figlio dell'illuminatissima Ville Lumière. Anche se in quanto a cattive maniere noi italiani spesso non sembriamo secondi a nessuno. Potremmo lavorarci su, potremmo migliorarci: un formalismo forzato è preferibile a una spontanea maleducazione. Poi, se si arrivasse al reciproco rispetto, in questa gabbia che ci tiene fin troppo stretti, staremmo tutti meglio.
rlongoni@gazzettadiparma.net

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