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Regioni e referendum: la corsa all’autonomia

Luca Zaia

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Domenica in Lombardia e in Veneto si è votato per un referendum consultivo con cui si chiedeva ai cittadini di quelle regioni se volessero o meno dare mandato ai propri governanti di attivare la procedura costituzionale per ottenere maggiore autonomia dallo Stato centrale. Alla fine l’affluenza è stata superiore alle attese e la vittoria del «sì» uno scontato plebiscito. Un referendum, quello lombardo-veneto, che non aveva nulla a che spartire con quello di un mese fa nella Catalogna dalle bellicose aspirazioni indipendentiste. E infatti da noi non ci sono stati (né avrebbero potuto esserci) tumulti popolari, né scontri davanti ai seggi, né roboanti proclami, visto che si trattava di una consultazione non vincolante.
In Italia alla secessione non pensa ormai più nessuno. Probabilmente non ci pensava seriamente nemmeno la vecchia Lega di Bossi, per quanto di tanto in tanto il leader del Carroccio amasse aizzare le folle evocando i fucili padani e il dio Po. Si agitava lo spauracchio dell’indipendenza per ottenere più realisticamente un po’ di federalismo. Ora, con la Costituzione rimaneggiata (e infelicemente appesantita) nel 2001 e nel 2012, non è più necessario minacciare di staccarsi dal resto della penisola per strappare qualche competenza: basta che una Regione lo chieda e che il Parlamento lo conceda. E infatti, dopo il voto di domenica, il governo è già pronto a trattare.
Più autonomia, alla fine dei conti, significa soprattutto più soldi. Ovvero, meno soldi che dai territori vanno allo Stato centrale e di conseguenza più soldi che rimangono in tasca alle Regioni. Come già avviene per le quattro Regioni e le due Province a statuto speciale, che quei soldi in più di cui dispongono li spendono in modi molto diversi: virtuosamente i trentini e gli altoatesini, dissolutamente i siciliani.
Sta alla valutazione di ciascuno ritenere se sia giusto o meno che Lombardia e Veneto abbiano più autonomia. Di sicuro, c'è un fondamento nelle richieste di chi invoca un diverso regime fiscale che redistribuisca più equamente le risorse prodotte sui territori. Ma quello che, più in generale, è lecito chiedersi è se abbia senso imbarcarsi in un simile percorso. In Italia ci sono 19 Regioni e due Province autonome: di questi 21 enti, 6 hanno già un’autonomia riconosciuta per Costituzione e altri due vogliono ottenere uno status particolare. Ed è verosimile aspettarsi che altre Regioni seguiranno: pochi giorni fa l’Emilia Romagna ha fatto un passo in questa direzione, firmando una dichiarazione di intenti con il governo. Già adesso abbiamo ventuno sistemi sanitari diversi (in un Paese grande come l’Arizona) e i frequenti conflitti di attribuzione davanti alla Corte costituzionale sulle infauste materie a legislazione concorrente non fanno che creare sempre nuovo caos.
Ogni regione ha le sue specificità, d’accordo, ma se già è anacronistica nel 2017 la sopravvivenza di Regioni a statuto speciale (basti dire che dopo la guerra la Sicilia ebbe questo status per il rischio di secessione, cosa oggi non molto plausibile), perché introdurre ulteriori eccezioni in un panorama già anche troppo frammentato? Se alla fine tutte o quasi saranno speciali, cosa rimarrà di ordinario? Non sarebbe allora il caso di ripensare l’intero impianto istituzionale e la natura stessa delle Regioni, invece che continuare in un processo in cui ciascuno vuole distinguersi, magari a discapito dei territori meno sviluppati e dello stesso Stato unitario?
fbandini@gazzettadiparma.net

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