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EDITORIALE

Traditori ed eroi dello Stato italiano

Michele Brambilla

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L'altra sera alla Feltrinelli di via Farini (che organizza sempre incontri molto interessanti: complimenti a Roberto Ceresini, uno degli ultimi veri librai) Antonio Ferrari ha presentato il suo romanzo-verità “Il segreto”, edito da Chiarelettere e dedicato al caso Moro. Ferrari, che è un giornalista del Corriere della Sera, questo libro lo aveva scritto trentasei anni fa, a ridosso del sequestro e dell'omicidio del presidente della Democrazia Cristiana: ma, all'epoca, nessuno aveva avuto il cuore di pubblicarlo. Era un libro scomodo, perché insinuava più di un dubbio sulla versione accettata da tutto il Paese: e cioè che il delitto Moro era stato opera esclusiva delle Brigate Rosse.
Una versione della quale Ferrari - e, ormai, non solo lui - non è convinto. Troppo «militarmente perfetto» l'agguato in via Fani, dove cinque agenti della scorta furono massacrati a colpi di mitra senza che Moro restasse scalfito; e troppo inverosimile che in quasi due mesi i brigatisti siano riusciti a nascondere il loro ostaggio in una Roma passata al setaccio. “Il segreto” avanza una tesi, che grossolanamente riassumo così: le Brigate Rosse nascono in effetti rosse, e solo rosse; poi però vengono infiltrate, anche e forse soprattutto da agenti segreti stranieri; questi infiltrati partecipano al sequestro e alla fine decidono di uccidere il presidente della Dc dopo che i brigatisti lo avevano liberato; questo perché Moro, a certi poteri italiani ma soprattutto americani, faceva più comodo da morto che da vivo. Quanto può essere credibile una ricostruzione del genere? Ferrari ha precisato che «nel libro c'è un sessanta per cento di verità, un venti di fantasia e un altro venti di zona grigia: diciamo sospetti non provati».
Ho intervistato per La Stampa, il 15 giugno 2010, Richard Gardner, che era ambasciatore Usa in Italia al tempo del sequestro, e mi ha detto che è follia il solo pensare che gli americani abbiano voluto la morte di Moro: «Era un nostro grande amico e un nostro grande alleato». Conosco poi anche alcuni dei brigatisti che rapirono Moro, e quando chiedo loro se davvero dietro le Brigate Rosse c'erano solo le Brigate Rosse, mi rispondono sempre così: «Ti pare possibile che, se avessimo agito in combutta con qualche servizio segreto, ci saremmo fatti venti o trent'anni di galera?». Insomma: finché un complotto non è provato, non ci credo.
Ma il lavoro investigativo di giornalisti come Antonio Ferrari è prezioso, anzi vitale, tanto più in un Paese come il nostro, che di misteri mai chiariti ne ha avuti fin troppi, da piazza Fontana a Ustica. E di questo s'è parlato l'altra sera: dei troppi segreti di Stato che sarebbe ora di togliere. Intanto, perché il popolo italiano ne ha diritto. E poi perché, se non c'è trasparenza, si alimenta nei confronti delle istituzioni un clima di sfiducia pericoloso. E pure ingiusto: perché nello Stato italiano c'è stato sicuramente qualche traditore, ma soprattutto ci sono stati moltissimi leali servitori. Il terrorismo è stato sconfitto perché tanti uomini di Stato - magistrati, carabinieri, poliziotti, perfino politici - hanno pagato con la vita la difesa della democrazia. Questi sono gli uomini che dobbiamo sempre ricordare, soprattutto ora che, in nome di un disfattismo sciagurato, si vorrebbe far passare l'idea di un'Italia sempre governata da corrotti e mascalzoni.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • Nicola Martini

    14 Gennaio @ 16.06

    Comprendere le dinamiche del sequestro Moro equivale a capire l'andamento della democrazia italiana, tenuta sotto scacco per decenni a livello internazionale per circostanze più che ovvie, e dei motivi della nostra (disgraziata) condizione attuale come Paese. Ancora oggi l'assassinio del Presidente della DC viene definito ipocritamente da molti "omicidio politico" quando invece si è dinanzi ad un golpe e nulla più (v. anche dichiarazioni di Pertini, p. 3 link), volto ad evitare che l'Italia si affrancasse dal bipolarismo imperfetto imposto dalla politica dei blocchi e mantenuto negli anni con la paura del c.d fattore K, tentativi di colpo di Stato più o meno riusciti e la dottrina Westmoreland sintetizzabile nel concetto di "destabilizzare per stabilizzare". La lunga scia di sangue partita da Portella della Ginestra è difficilmente riassumibile in poche battute, senza rischiare di essere fraintesi, in quanto ogni circostanza storica degli ultimi 70 anni (es. Governo Tambroni, Piano Solo, golpe da operetta, strategia della tensione, Anni di Piombo, P2, ecc.), richiederebbe un fiume di parole per essere definita senza rischiare di essere banalizzata. Il caso Moro dopo 40 anni per i più è ancora inestricabile, anche se oggi abbiamo gli strumenti per comprendere. L'infiltrazione delle BR non è una novità da tempo, quantomeno già a partire dalle dichiarazioni del Giudice Sossi a seguito del suo sequestro e senza considerare (sulla scorta delle valutazioni del braccio destro di Dalla Chiesa) i probabili collegamenti internazionali tramite l'istituto Hyperion su cui ci si è ben guardati dall'indagare adeguatamente, nonostante diversi elementi quadrassero poco. Le ipotesi di collegamento con le Rote armee fraktion, proprio per la via francese, vedendo svariate analogie tra l'agguato di via Fani ed il sequestro Schleyer, sono un primo passo per considerare un interessamento a livello internazionale nell'assassinio di Moro. Se poi si iniziano a mettere in fila, l'interessamento di Pieczenik, l'operazione lago della Duchessa in concomitanza della "scoperta" del covo di via Gradoli, con traslazione forzata del G.I. del caso Moro dall'appartamento romano delle BR all'Appennino innevato, gli atti di perquisizione della stamperia di via Foà "postdatati" e così via si comprende che l'interessamento di compagini estere volte anche ad intorbidare le indagini sono ipotesi non lontane dalla realtà.

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