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Donne che si battono nel silenzio assordante

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E' un mestiere ingrato: perché se lo fai davvero bene, finisci col dare più di quanto ricevi. C'è una cosa che dell'essere madre mi colpisce e mi commuove più di ogni altra: e no, non è la tenerezza, la generosità o l'endemica ansia provocata da un infinito senso di protezione. Ma l'ostinazione. Nei giorni infuocati dei #Metoo e dei «Time's Up», delle denunce contro le molestie e delle giuste rivendicazioni per la parità di trattamento, della grinta benefica di nuovi movimenti e dei dress code total black, sono altre però le donne che attirano la mia attenzione. Signore che combattono la propria guerra privata ogni giorno, ogni maledetto minuto: incapaci di fare finta di niente. Di lasciare perdere. Donne che non si arrendono all'assenza, al dolore, all'ingiustizia. All'iniquità del non sapere, all'assurdità del «non si può fare». Donne che sfidano il paradosso. Che combattono un Leviatano fatto di nebbia e depistaggi, di carte bollate, di algoritmi incapaci di provare sentimento, di italici scaricabarili, di inefficienza.

Penso a Paola, la mamma di Filippo Ricotti, il ragazzo di 17 anni travolto e ucciso un anno fa sulla Massese. «Morto sotto casa, davanti agli occhi della sorella», come ha scritto in una lettera che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi. Prima della disgrazia aveva segnalato più volte alle autorità i rischi della Massese: non ha mai ricevuto risposta. La sua battaglia è continuata, con più forza, dopo la morte di Filippo: ha chiesto un semaforo a chiamata, strisce pedonali, dissuasori, autovelox. Niente. «Vengono stabiliti limiti di velocità e poi non esiste la possibilità di farli rispettare: non posso accettarlo», commenta amara. Ora il prefetto ha assicurato che verranno posizionati nuovi autovelox: una promessa su cui, siamo certi, vigilerà la mamma di Filippo. Così come quella di Giulia, investita e uccisa sulla stessa strada, a Corcagnano, il mese scorso. Anche lei, quel tragico giorno, era a due passi da casa, anche lei ha un madre che non si dà per vinta. Ha marciato per la figlia, e non solo per cristallizzarne il ricordo: ma perché quel sacrificio assurdo serva a salvare qualcun altro. Penso a loro, come alla madre di Emanuela Orlandi, la ragazza sparita nel nulla il 22 giugno dell'83. Ha scritto una lettera anche lei, il giorno in cui la figlia avrebbe compiuto 50 anni: «Continueremo a cercarti. Non smetteremo mai. Non ci arrenderemo mai. Finché avremo forza, finché avremo fiato, finché avremo vita». Scrive proprio così: non smetteremo mai. Come la madre di Giulio Regeni, il giovane ricercatore torturato e ucciso in Egitto: vuole verità e giustizia per suo figlio. E per gli altri Giulio e Giulia sparsi per il mondo. Come darle torto? Madri come Cristina, bloccata da Facebook perché scriveva sulla pagina del figlio morto: «Era un modo per farlo vivere ancora», ha detto. Ma il social network non lo prevede: «Il regolamento è il regolamento», le hanno risposto. Madri che alzano la voce, e la testa, nel silenzio più assordante: madri che assomigliano quella del film «Tre manifesti a Ebbing, Missouri». Donne che per quanto sia enorme la loro perdita non hanno smarrito il desiderio di cercare, ottenere, pretendere una risposta. Forse perché sanno che le cause perse sono le sole per cui vale la pena battersi.

fmolossi@gazzettadiparma.net

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