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M5S, decreto Dignità e il pregiudizio ideologico

M5S, decreto Dignità e il pregiudizio ideologico

Il ministro del Lavoro, dello Sviluppo economico e vicepremier Luigi Di Maio con il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia

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È stato facile affrontare la campagna elettorale presentando soluzioni semplicistiche e popolari ai problemi del Paese, mai come oggi difficili e poco gestibili da un governo nazionale.
Si chiamano «condizioni al contorno» i poteri sovranazionali delle istituzioni Unione europea e Wto – l’organismo che regola il commercio internazionale –, e Fmi e dell’altro soggetto, poco definito e poco definibile, che si chiama «mercato». Nonostante le pulsioni sovraniste che emergono di là e di qua dall’Atlantico, il «mercato» rimane un potere quasi assoluto, capace di penetrare nell’economia delle nazioni e delle famiglie.
La complessità, quindi, si è eretta come un macigno di fronte alle iniziative del nuovo governo, si tratti di politica migratoria, si tratti di economia e società.
Sul primo fronte, la posizione rigida di Salvini, leader della Lega, ha raccolto un grande e crescente consenso. Tuttavia, rimangono incancellabili seri dubbi sull’efficacia di quanto deciso. Ci vuole poco, infatti, perché le simpatie popolari mutino segno: basta un evento o una serie di eventi a sollevare la sensibilità popolare rendendo inaccettabile ciò che è stato accettato e gradito sino al giorno prima.
Il secondo fronte è ancor più delicato perché, nell’attuale rallentamento dell’economia ogni mossa errata può produrre effetti disastrosi. Il fatto è che i rappresentanti del Movimento 5Stelle nel governo sono condizionati dal pregiudizio ideologico (espulso da tempo nel mondo occidentale per il pragmatismo dell’«economia sociale di mercato») che riversano nelle loro proposte e nei loro provvedimenti: basti consultare il decreto denominato «dignità» per comprendere quanto e come il concetto «dignità» sia usato solo a fini elettoralistici e di propaganda. Infatti, è il pregiudizio ideologico che ha ispirato il ministro Di Maio e i suoi consiglieri (di partito): chi ha lavorato e lavora nell’impresa è consapevole che non esiste un imprenditore al mondo che voglia rinunciare alla collaborazione di un lavoratore valido, cioè capace e impegnato. A meno di crisi generali o di settore che investano la sua azienda, il primo difensore dei suoi prestatori d’opera è proprio il datore di lavoro, l’imprenditore cioè che investe i propri capitali nell’azienda.
Del resto, il tempo indeterminato (apprezzato in Italia, non altrove) e quello determinato rappresentano il modo in cui si atteggia ai nostri giorni il lavoro subordinato. L’alternativa è il lavoro in nero, senza contribuzioni né tutele.
L’altro pregiudizio riguarda il profitto che è sì un valore economico, ma anche e soprattutto un valore morale.
Il terzo errore marchiano è il negazionismo numerico, il rifiuto cioè di riconoscere la forza inoppugnabile dei numeri. È sbagliato tacere. Occorre da subito (cogliendo il coraggioso esempio di Confindustria) esprimere le critiche che il buon senso, l’esperienza e la scienza economica suggeriscono.

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