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Il talento e il carattere del figlio del maresciallo

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Il pullover. O meglio: il maglione. Era quello sempre in maglione che aveva salvato la Fiat. Quello che aveva vinto il braccio di ferro con i colossi americani. Quello che dettava legge a manager incravattati nel blu e grigio d’ordinanza: lui che non rinunciava al comodo girocollo nemmeno alla Casa Bianca, a colloquio con Obama e Trump, dei quali aveva saputo ottenere la stima con pubblici, scintillanti elogi. E che in maglione, ancor più a suo agio, stava nei box della Ferrari, unico ingombro blu nel rosso pianeta del Cavallino.
La Ferrari: l’impresa di successo più recente che, dopo la notorietà di capo quasi infallibile e la fama di duro invincibile, lo aveva reso popolare: e di una popolarità autentica, tributata dalla cosiddetta gente normale, dalla classe media che vedeva nel plurilaureato figlio del maresciallo l’apoteosi della forza di volontà: e che, vissuto con una qualche soggezione il fascino alto borghese, la storia luccicante ma inaccessibile degli Agnelli, ammirava da pari a pari questo eccentrico manager dallo sguardo sfuggente dei timidi, serenamente rotondo, virilmente rassegnato a una vasta alopecia, che nelle interviste privilegiava il parlare semplice e schietto.
Oggi siamo costretti a scrivere di quest’uomo di folgorante successo usando il tempo passato, nonostante sia forse ancora in vita ma già sovrastato da quella sorta di annuncio funebre, il talento e il carattere del figlio del maresciallo di anticipato necrologio che ne decretava l’amaro epilogo professionale, l’addio: «Sergio Marchionne non potrà più tornare al lavoro... E’ stato il miglior amministratore delegato che si possa avere... Saremo sempre grati a lui».
Ed è un dolore autentico quello che ora si può cogliere nei commenti della “gente”; dolore per una storia bella: certo distante, per guadagni e ricchezza, dal portafoglio di chi deve tirare a fine mese: ma legittimata, dal talento e insieme dalla modestia, dal tratto spiccio e diretto che Marchionne aveva adottato. Al vertice del binomio superitaliano Fiat-Ferrari, aveva saputo usare il pugno di ferro e la cordialità. Sempre rifuggente all’autoincensazione, mai una caduta nella superbia, nell’esibizione narcisistica. E l’essere figlio di un maresciallo gli aveva inculcato il senso del dovere, dell’onore e della rettitudine. Così raccontava l’esordio a capo della Fiat all’allora direttore di “Repubblica” Ezio Mauro: «Mi ricordo i primi sessanta giorni, dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?».
Certo, miliardario, fortunato; e invidiato fruitore dell’avverarsi di uno dei sogni italici: possedere una Ferrari. Ma sì: proprio meritata.

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