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Perché tutti (non solo Fca) ci sentiamo un po' orfani

Marchionne
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La notizia della morte di Sergio Marchionne è giunta ieri mattina ma già sabato era parsa fin troppo evidente l'ineluttabile drammaticità del momento. Tanto che ogni campana, dalle parole accorate di John Elkann alle valutazioni di commentatori e analisti, aveva i rintocchi tristi della fine di un'era. E dire che i titoli di coda avevano già una data (l'addio di Marchionne era stato largamente annunciato per la primavera del 2019) ma un destino reso più crudele dalla velocità si è accanito, precipitando gli eventi e accelerando le reazioni emotive.
Al di là dello choc per la scomparsa di Marchionne, ci sono diversi motivi per cui oggi tutti - non soltanto Fca - ci sentiamo orfani del manager con il maglioncino nero. Perché Sergio Marchionne nel giro di 14 anni è andato bel oltre il pur strabiliante risultato di aver salvato dalla bancarotta il Gruppo che ha incarnato l'identità industriale del Paese. Marchionne ha cambiato le regole del gioco interpretando - per la prima volta in Italia - il ruolo del manager moderno, globalizzato, indipendente (soprattutto da Roma), sfrontato nelle partite delicate (era un grande giocatore di poker...), abile nelle relazioni al punto da sedurre con la stessa disinvoltura due presidenti agli antipodi come Barack Obama che gli consegnò praticamente a costo zero Chrysler e più di recente Donald Trump.
Sotto il profilo industriale Marchionne ha colto le contraddizioni di un settore «maturo» schiacciato tra l'eccessiva capacità produttiva e la bassa redditività abbandonando il modello «generalista» di Fiat per alzare l'asticella dei margini con i marchi ad alto valore aggiunto riuscendo (anche) così a cancellare l'indebitamento che a inizio mandato pareva una montagna inespugnabile. Oggi Fca in Italia - esclusa la Panda prodotta nel modernissimo stabilimento di Pomigliano d'Arco - sforna dalle catene di montaggio Alfa Romeo e Maserati associate alla sfera del lusso oppure Jeep, che è la punta di diamante di Fca in ogni continente e rende logica la nomina di Mike Manley (proveniente proprio da Jeep) come successore.
E' evidente soprattutto lo scarto culturale prima ancora che di processo operato da Marchionne dall'Italia verso il mondo «globalizzato», modernizzando la felpata sensibilità sabauda con un'impronta manageriale anglosassone, incarnata dal responsabile finanziario Richard Palmer, il braccio armato nelle strategie di bilancio. L'italo-canadese Marchionne - un cocktail di solide radici abruzzesi e di spirito del nuovo mondo - è stato il punto di equilibrio della transizione dalla tradizionale Fiat delle utilitarie alla Fca del nuovo Millennio che produce Jeep buone per ogni metropoli, ma anche il grimaldello che ha fatto saltare i modelli delle relazioni industriali e della comunicazione, mai così schietti prima.
Oggi la sua eredità è il settimo gruppo mondiale dell'automotive con una strada definita dal piano industriale presentato il 1° giugno nel quale hanno una parte importante l'elettrificazione dei veicoli e un accordo con un altro grande player (Hyundai?), ma a Manley spetta il compito per nulla semplice di muoversi in uno scacchiere in rapidissima evoluzione tra guida autonoma, competitors inaspettati (meglio allearsi con un costruttore o con un colosso dell'hi tech?), digitalizzazione esasperata, dazi incombenti.
Ma a piangere Marchionne è il sentire collettivo: i giornalisti - come chi scrive - che hanno avuto modo di assistere agli incontri con l'ex ad del Lingotto sanno di avere avuto di fronte un interlocutore di rara lucidità e lungimiranza. Mai una frase banale, mai - soprattutto - una frase di comodo mentre saltava divertito dall'inglese all'italiano. Non a caso l'ex ad di Fca - caso rarissimo per un manager - è diventato popolare nella felice imitazione del comico Maurizio Crozza. Perché alcune intuizioni rese spesso con immagini e parole buone per tutti, compresa la casalinga di Voghera, hanno fatto entrare Marchionne nelle case degli italiani. Come quel maglioncino, diventato un vezzo, che già ci manca.
atagliaferro@gazzettadiparma.net
 

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