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Scegliere Grisham per raccontare Parma? Perché si - Perché no

Scrittori e turismo
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John Grisham che racconta Parma nel suo libro "Il professionista" e la fa diventare attraente per i turisti americani. E' un buon testimonial? Due opinioni a confronto. 

Perché scegliere Grisham per raccontare Parma?
Una volta c’erano Proust e Stendhal. Viaggiatori (per finta) in terra parmigiana. Uno ha inventato un color malva che poco ci azzeccava con il giallo dei palazzi della petite capitale. Ma si sa, Marcel era letterato, di metafore e rêverie. Henry Beyle, addirittura, ambientò la Chartreuse in un ducato che (in realtà) era Modena. Eppure, grazie a loro (e all'alta letteratura, capace di alludere e inventare mondi) la fama di Parma è diventata universale. Ma i tempi cambiano. Adesso è il turno di John Grisham. La multipiattaforma per la prenotazione di esperienze di viaggio Musement ha infatti scelto Parma come viaggio culturale. Consigliando (appunto) il libro di Grisham «Il professionista» come chiave per aprire le porte della città. La domanda è d'obbligo. Che c’azzecca con Parma, con la nostra cultura e tradizione, uno yankee - scrittore di best seller - che (lo ha ammesso lui in un’intervista) ha soggiornato qualche giorno in città per capirla? Parma fa da sfondo al suo romanzo (titolo originale «Playing for pizza»), che racconta la storia di Rick Dockery, ex campione di football americano caduto in disgrazia, che ha cercato una seconda possibilità nella squadra dei Parma Panthers. Nel libro si parla molto di culatello, anolini, di ristoranti. Insomma, un vero tour gastronomico e poco altro. E la città? Una rappresentazione un po' melensa, da cartolina anni '50, come piace all'americano (e al turista) medio.
Condita da cliché che non aiutano certo a uscire dalle apparenze.
Beppe Severgnini, del libro, ha scritto: «La cosa migliore del romanzo è il titolo. Grisham è più bravo di così. E Parma merita di meglio».
Già. Anziché Grisham, non sarebbe più interessante leggere «Il paese del melodramma», o certe poesie di Bertolucci, per non dire «La califfa» o «Una città in amore» del dimenticatissimo Bevilacqua o «Oltretorrente» di Pino Cacucci? Solo per fare pochi nomi.
Il discorso è complesso. E allude a una domanda. Che cos'è oggi la parmigianità? Una radice prodigiosa e viva? Una bandiera erosa dal tempo? Vien voglia di buttar lì, a mo' di provocazione, due risposte. Una, più convenzionale, ribadisce che la globalizzazione rende sempre più importante valorizzare la nostra identità, non tanto come nostalgica salvaguardia di valori, ma come riconoscibilità fuori dai cliché. Ecco perchè Grisham non c'azzecca. L’altra risposta fa dire che, da qualche tempo, la vera parmigianità rischia di essere sempre meno autentica; sostituita da un «brand», da un marchio di superficie. In altre parole, c'è nell'aria una parmigianità che rischia di smarrire il suo senso originario di appartenenza, per assumere la veste di puro stereotipo (eccoci di nuovo allo scrittore-turista Grisham). Insomma, un prodotto e non più un’aura, una sensazione irripetibile: quell’indefinita suggestione rappresentata in modo ideale dal gran regalo che ci fece Proust quando inventò l’irrappresentabile color mauve, stupenda metafora dell’allusione al reale che non diventa reale.
Ecco, la parmigianità di oggi a volte sembra più la sensazione di un’afasia, la cornice di uno spazio da riempire, piuttosto che la celebrazione di una pienezza.
DAVIDE BARILLI
dbarilli@gazzettadiparma.net

Perché sa parlare alla «pancia» dell'America
Se Rick Dockery avesse scelto di andare in esilio a Parma, Ohio (che è attaccata a Cleveland, dunque non avrebbe comportato alcuno sforzo) anzichè nella capitale della food valley, non staremmo nemmeno qui a parlarne 11 anni dopo la pubblicazione del libro di Grisham. Se invece - come a un certo punto sembrava possibile - su quella storia di football, d'amore e d'amicizia Hollywood ci avesse fatto un film, da allora non avremmo più smesso di parlarne. Anzi, avremmo assistito a una vera e propria invasione di americani - e, perchè no, anche di canadesi - alla ricerca dei luoghi frequentati dal quarterback fallito, che a Parma si era rifatto una vita grazie alla squadra dei Panthers.
Luoghi comuni, per noi, come una trattoria del centro storico o come lo stadio «Lanfranchi» (anche se quando Grisham venne a Parma e cantò l'inno con i Panthers c'era ancora l'impianto di viale Piacenza...), ma che per l'americano medio avrebbero rappresentato un'attrattiva che noi manco ci immaginiamo. Per carità, giusto «vendere» all'estero l'immagine della città che vive d'arte e gastronomia, il logo del Festival Verdi e il profilo del castello di Torrechiara, il Duomo e il Battistero e i marchi dei consorzi. Ma siamo sicuri che nel Midwest sappiano chi era Antelami? O che «Parma ham» non vuol dire semplicemente «prosciutto crudo» bensì ne indichi la provenienza geografica?
Noi parmigiani siamo spesso descritti come un mix irresistibile (o intollerabile, dipende dai punti di vista) di snobismo e provincialismo. E in fin dei conti ci piace sentirci dire che qui si mangia bene, che la gente è elegante, che ci sono più biciclette che a Pechino (senza contare quelle degli spaccini, ma questo è un altro discorso), e che la fama dei terribili loggionisti ha raggiunto ogni angolo del globo. Ma al di fuori dei nostri confini - e soprattutto oltreoceano (anzi, overseas) c'è un sacco di gente che conosce la città per altri motivi. I fasti della squadra di calcio, ad esempio: chi non ha mai visto coppie di giapponesi farsi il selfie davanti ai cancelli giallo-Parma dello stadio in cui giocò Nakata? Oppure il fresco prestigio delle Zebre che richiamano - spesso nell'indifferenza del resto della città - frotte di irlandesi, gallesi e scozzesi, amichevoli e chiassosi come solo i «celtici» sanno essere. Ecco, questa fama sportiva internazionale i Panthers - che pure qualche Italian Bowl l'hanno vinto - l'hanno ottenuta solo per via letteraria. Il romanzo di Grisham, appunto, che starà anche alla storia della letteratura come «From Rome with love» (probabilmente il peggior film di di Woody Allen), sta a quella del cinema. Ma va a solleticare quella «pancia» abituata ad ingurgitare pollo fritto tra un touch-down e la pubblicità di un pick-up. Sono loro ad aver fatto di «Playing for pizza» un successo editoriale, sono loro a voler conoscere la città di Rick Dockery, sono loro ad aver acquisito informazioni su blog di connazionali al di fuori di qualsiasi canale turistico ufficiale. Diciamo la verità, ai tempi della pubblicazione del libro, pur avendo accolto il suo autore in pompa magna, le istituzioni cittadine non ne hanno colto in pieno le potenzialità. Ben venga, dunque, l'iniziativa di Musement che restituisce una seconda vita al libro, così come il libro l'aveva restituita al giovane quarterback innamoratosi di Parma e non solo. Anche perchè da pochi mesi, senza bisogno di fare nomi, è diventata una storia vera.
FRANCESCO MONACO
fmonaco@gazzettadiparma.net

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  • matgabil

    12 Agosto @ 01.03

    Per difendere la parmigianitá bisogna prima difendere i parmigiani e non mi sembra che le istituzioni lo facciano basta guardarsi in giro leggere la cronaca per darsi una risposta

    Rispondi

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