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EDITORIALE

Le conseguenze del male (e quelle del bene)

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Non c’è posto di Parma dove non incontri qualcuno che mi chieda del «caso Pesci». A distanza ormai di quasi due settimane dall’arresto, resta quella la vicenda di cui si parla di più in città. Lo verifichiamo quotidianamente dai report del nostro sito internet: tra le prime dieci notizie più cliccate, sei-sette riguardano sempre gli aggiornamenti e i commenti su quella notte degli orrori. Non ricordo, negli ormai quasi tre anni trascorsi in Gazzetta, un caso di cronaca nera che abbia destato così a lungo l’interesse dei parmigiani.
Perché? Credo che la risposta dipenda, in parte, dalla notorietà del personaggio arrestato; in parte dalla gravità delle accuse; in parte dal profilo della vittima, una giovane particolarmente fragile e indifesa. Ma probabilmente tutto questo non basta a spiegare tanto clamore. C’è anche il fatto che questa storia sollecita la cattiva coscienza di un’intera comunità: i vizi privati e le pubbliche virtù, un certo modo di considerare le donne, un certo modo di considerare i soldi, un certo modo di considerare il divertimento, e poi il chiudere gli occhi sul sommerso ma enorme consumo di droga, e poi ancora l’ipocrisia degli amici che voltano le spalle a chi è caduto in disgrazia: «Pesci? L’avrò visto al massimo qualche volta...».
A volerci riflettere, il prolungarsi dell’interesse attorno a questa storia ci dimostra quanto imprevedibili e in un certo senso infinite siano le conseguenze, gli effetti di un male. C’è, in partenza, la dittatura del desiderio, che porta ad esigere, a pretendere per sé il soddisfacimento di ciò che ci illudiamo possa renderci felici; e da un desiderio malato - in questo caso da una sessualità malata - si passa all’uso di cocaina «per sballare di più», e da qui allo stupro, da qui alle botte e alla tortura, quindi si arriva a due persone in carcere e una in ospedale, al dolore dei genitori di lei e a quello della compagna di lui, al timore di minacce e forse, chissà, a qualche desiderio di vendetta, all’odio che corre sui social e alle polemiche fra avvocati e medici e poi perfino fra avvocati e questura... Quanto è lunga la scia del male?
Ma c’è - pur se silenziosa, quasi invisibile - anche una scia del bene. Quello, ad esempio, della sorella della vittima, che si accorge di un disagio, chiede spiegazioni, insiste nelle domande dopo i primi, timorosi, rifiuti di aprirsi e di rispondere 

quindi offre conforto, sostegno, aiuto a reagire. E poi ecco i medici del pronto soccorso, che non sono fratelli di sangue della vittima, ma in questa ragazza arrivano a vedere, dopo la paziente, una sorella, un essere umano spaventato e dolente: la curano, e ci mancherebbe, è il loro dovere, ma poi non basta fare il medico, e allora si cerca di convincere a fare denuncia, a urlare la verità. E la scia del bene prosegue con i poliziotti, che non solo fanno le indagini, e ci mancherebbe, è il loro dovere, ma cercano di proteggere questa povera ragazza, perché non basta fare il poliziotto, non basta guardare il codice penale, bisogna aiutare tutti a capire che non si può subire e tenere poi la testa chinata. E il bene continua con il lavoro paziente e difficile dei magistrati, con l’azione quotidiana di chi difende le donne dalle violenze, con quella di chi grida che non bisogna abituarsi, arrendersi alla schiavitù della droga. E il bene continuerà, dovrà continuare, se altre persone ancora si faranno carico di aiutare ogni vittima a vivere e perfino ogni colpevole a rivivere, perché nessuno, neanche il peccatore, deve andare perduto. Sono e saranno queste, per dirla con le parole del primo Sorrentino, «le conseguenze dell’amore», perché l’uomo è capace di cadere così in basso da diventare un mostro ma è capace anche di saper ricavare, da un male, un bene.
Il clamore, il così longevo clamore del «caso Pesci», in fondo ci ricorda che ogni nostro atto lascia una traccia - il male genera male e il bene genere bene - e che nessuno di noi può vivere da solo, perché ogni vita è legata a tante altre vite. E ci ricorda anche - questo è, spero, l’insegnamento che dobbiamo conservare - che nessuno può chiamarsi fuori, anche da un caso come il «caso Pesci», perché tutti siamo responsabili, vicendevolmente, l’uno dell’altro.


michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • Gianluca

    10 Settembre @ 13.10

    Bene Direttore, grazie per la sua campagna di onestà intellettuale verso la cittadina ipocrita quale è divenuta la nostra ridente Parma. E aggiungo: sospendere la patente a chi fa uso di droga, rendergli la vita difficile. Fargli sentire sulla pelle tutto il disappunto che la società civile prova per la sua condotta irresponsabile. Raddrizzare la schiena ai debosciati, esempio negativo.

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  • Gnox

    09 Settembre @ 20.57

    "a volerci riflettere, il prolungarsi dell’interesse attorno a questa storia" orrida, dipende anche dal sensazionalismo di certi vostri titoli. Quando si pubblicano intercettazioni estrapolate dal contesto, che dovrebbero essere esclusiva pertinenza delle indagini e successivamente dell'ambito processuale, si sta inseguendo un modello di giornalismo vicino a quello di "Cronaca Vera" che personalmente non condivido. Ma non pubblicherete il mio commento di critica, tanto quanto avete censurato gli altri: avete solo perso un cliente.

    Rispondi

  • Rudi

    09 Settembre @ 19.01

    Leggere i suoi editoriali fa sempre un enorme piacere, infatti Lei ha portato in alto in giornale, io quando ne ho la possibilità lo leggo tutti i giorni, adesso purtroppo nelle edicole del Trentino non lo trovo, ma secondo me Lei avrebbe le possibilità di far entrare il giornale nella grande distribuzione tutto l'anno non solo da luglio a settembre e da metà dicembre a gennaio. Lei dimostra una semplicità mi consenta commovente e mi chiedo come mai, se questo non mi è sfuggita, qualche televisione nazionale non Le abbia ancora fatto una proposta per un programma di attualità…(con questo io non La voglio cacciare dalla Direzione, assolutamente, ma sono certo che farebbe un'ottimo lavoro) ma il tema che oggi tratta purtroppo non riguarda solo Parma. Trento purtroppo su questo si mantiene molto bene, basta aver la "pazza idea" di farsi un giro nelle principali via e piazze (soprattutto Piazza Dante) e ce se ne rende conto subito. E non è perché io sia leghista, Lei lo sa, ma il fatto è chiaramente visibile a tutti che lo spaccio è in mano a quella gente li, che magari è finita da noi in Italia solo perché c'è stata un immigrazione incontrollata, e dato che il lavoro manca per tutti ormai...ovviamente se vogliono vivere devono fare questo orrendo mestiere. La ringrazio. Rudi

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  • Michele

    09 Settembre @ 16.30

    pizzarotto2018@libero.it

    Parma è diventata una città nota per droga degrado e criminalità. Nel 2017 seconda in Italia per furti nei negozi, quinta nella classifica generale della criminalità. Una città abbandonata alla malavita, sporca e pericolosa. E così. ... punto. Una città dove il sindaco ha mantenuto una delle cose:il bagno nella fontana. Poi il nulla, il vuoto. Casa assessore alla sicurezza tace o dice banalità vuote. ... ha assunto un delegato esecutivo alla sicurezza che non si sa cosa faccia:perché non gira a piedi per la città ????

    Rispondi

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