EDITORIALE

Il Pd deve ricominciare da zero

Luca Tentoni

Molti osservatori si interrogano sul futuro del Pd. Se si considera che la forza parlamentare di Leu non è rilevante, che FdI ha un atteggiamento benevolo nei confronti dei provvedimenti di marca leghista del governo e che Forza Italia vede il suo elettorato costantemente eroso dalla Lega di Salvini, si comprende che il partito guidato provvisoriamente da Martina è, per peso numerico (e teoricamente politico) il maggior raggruppamento dell'opposizione. Eppure, il Pd è in cerca di un nuovo assetto, non solo di un segretario. Il nome e la leadership sono legati ad un profilo politico, quindi ad un progetto, ma per ora non si comprende né quale candidato o candidata possa prevalere, né dove vuole o può andare il Pd. Tornare alle origini, in un quadro simile all'Unione di Prodi, è complesso: sia perché proprio l'eterogeneità di quell'esperienza la indebolì fino a provocarne la conclusione, sia perché le distanze fra la sinistra di Leu, le due o tre anime del Pd, i laici europeisti della Bonino e altri non ben identificati soggetti centristi, sembrano troppo grandi per poter essere ricondotte a sintesi. Per di più, se nel 2006 l'Unione poteva contare sul 49% dei voti, da Mastella a Bertinotti, oggi una grande coalizione imperniata sul Pd potrebbe al massimo partire dal 25%, cioè da una quota inferiore sia a quella dei Cinquestelle, sia a quella della Lega.
L'avvicinarsi delle elezioni europee, inoltre, pone al Pd il problema delle alleanze internazionali: può il partito che aveva la maggioranza relativa dei seggi del gruppo socialista confluire in quello liberale o dar vita ad un "rassemblement" nuovo con Macron? Lo stesso Pd è molto eterogeneo al suo interno: non sono tanti quelli che guardano con interesse a Corbyn e Sanders, ma c'è anche qualcuno che vuole seguire la linea del presidente francese e ci sono molti - invece – che restano in mezzo al guado, consapevoli che il rischio di uno strappo e di una scissione sui contenuti e sui punti di riferimento internazionali può essere letale. Oltre ai dubbi sulle capacità espansive del Pd (se si sposta al centro, perde ancora voti a sinistra; se torna a sinistra, perde quelli renziani) ci sono quelli sul tipo di messaggio che si vuole dare al Paese. Se il Pd è - come i numeri ribadiscono - il principale partito d'opposizione, cosa propone in alternativa alla politica del governo? O meglio, cosa prospetta ai quei ceti e a quegli elettori che lo votavano ma non l'hanno votato nel 2018 in segno di insofferenza o insoddisfazione per le politiche dei governi della scorsa legislatura? Alcuni pensano che un federatore come Zingaretti possa provare a salvare il Pd, ma il nuovo segretario - chiunque sia - dovrà ricominciare praticamente da zero.

Twitter: @LucaTentoni1

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