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EDITORIALE

Perché è giusto ricordare la guerra dei nostri nonni

Michele Brambilla

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Nei giorni scorsi a Langhirano è stato presentato il nuovo parco cittadino. Dopo un lungo lavoro, è stata infatti recuperata la lista dei nomi dei trenta caduti durante la Grande Guerra ai quali era stata dedicata una pianta del parco. In totale, i langhiranesi morti in quel conflitto furono 187: con quei trenta alberi “battezzati” ciascuno con un nome, si intende tenere viva la memoria di tutti. Altre iniziative per il centenario della fine della Grande Guerra hanno visto protagonisti numerosi comuni della provincia.
Ma diciamo la verità: in genere, tutte queste commemorazioni sono scivolate via quasi in una generale indifferenza. Molti avranno pensato: ma c'era bisogno di spendere tanto tempo, a Langhirano, per recuperare i nomi di trenta persone morte un secolo fa? Il 4 novembre, in Italia, non è mai stato celebrato come altre festività laiche: come il 25 aprile, o come il primo maggio, ad esempio. Tanto è vero che ormai da decenni l'anniversario della vittoria è relegato fra le “festività abolite”.
Ma perché? Perché oggi, anzi da molto tempo, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, ripensando alla guerra del '15-'18 l'orrore per “l'inutile strage”, come la chiamò il papa di allora, prevale sull'orgoglio nazionale. Il fascismo sfruttò a proprio uso propagandistico la ricorrenza di Vittorio Veneto il recupero delle “terre irredente” fu celebrato dal regime come il luminoso coronamento del Risorgimento. In più prevaleva, a quei tempi, la retorica dell'ardimento e della guerra, del «chi per la Patria muor vissuto è assai».
C'è stata poi a lungo, anche e soprattutto nella storiografia, la giusta denuncia di come gli alti comandi dell'esercito italiano mandarono al massacro i nostri soldati: inadeguati, mal armati e ancor peggio esercitati rispetto ai nostri alleati inglesi e francesi e rispetto ai nostri nemici austroungarici. Così, quella è stata una nostra vittoria è stata vissuta – e ancora viene vissuta – quasi con vergogna.
Ma tutte queste considerazioni non bastano a spiegare la damnatio memoriae che pesa sul 4 novembre. C'è anche, nel nostro spirito nazionale, l'abitudine, a volte il vizio inerte dell'autodiffamazione, dell'autocommiserazione, del dipingere sempre il nostro popolo e la nostra storia come un impasto di cialtroneria e furbizia, di inefficienza e disonestà, di inadeguatezza e di vocazione a perdere. Così siamo soliti celebrare – se si può usare questo termine, “celebrare” – più le sconfitte che le vittorie. E' sempre stato così. Già subito dopo la fine della guerra, prima che il fascismo si impadronisse della narrazione del Piave, fu coniata la definizione di “vittoria mutilata”. E così è dopo un secolo. Nel 2017, centenario del disastro di Caporetto, sono usciti in Italia più del doppio dei libri dedicati, quest'anno, al centenario della presa di Vittorio Veneto. L'Italia che vince una guerra? Ma va'.
E invece quella guerra la vincemmo, e ormai sarebbe il momento di valutarla con serenità. Fu una guerra, appunto: e, come tale, di per sé un orrore che mai più vogliamo rivedere. Fu imposta al popolo italiano (di fatto) con un colpo di Stato del Re, che esautorò un parlamento in cui la maggioranza era contraria all'intervento. Fu condotta da generali spesso incapaci e cinici, che mandarono i nostri fanti a far da bersaglio alle mitragliatrici austroungariche.
Tutto vero. Ma ai nostri 650.000 caduti dobbiamo non solo la vittoria, ma anche l'aver fatto degli italiani – attraverso quella guerra – un popolo. Nelle trincee si incontrarono in quei tre anni, per la prima volta, giovani che non si erano mai incrociati, e che non sapevano parlare l'uno la lingua dell'altro.
Siciliani e lombardi, liguri e veneti, pugliesi ed emiliani dovettero rinunciare per la prima volta ai loro dialetti e imparare davvero quella lingua toscana che sarebbe poi diventata il collante nazionale. Erano giovani strappati alle loro case, alle loro campagne, alle loro mamme e alle loro fidanzate, giovani cui non importava nulla di Trento e Trieste, giovani che non avevano alcuna intenzione di odiare gli austriaci o gli ungheresi, giovani che non sapevano nulla di Francesco Giuseppe, giovani che avevano il solo desiderio di tornare a casa, e di vivere in pace. Ma proprio per salvare loro stessi e le loro famiglie quei giovani, dopo Caporetto, seppero essere più forti dei loro inetti comandanti, seppero combattere con un coraggio che loro stessi non pensavano di avere. E vinsero: anche per noi, che non ci pensiamo o fingiamo di non pensarci. Salvando loro stessi, salvarono anche noi. L'Italia libera e unita nacque davvero in quei giorni. Mai più la guerra, certo. Ma a quei ragazzi che caddero al fronte, e a quelli che tornarono a casa sfiniti, dobbiamo riconoscenza e, come si diceva un tempo, imperitura memoria.
 

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  • Patrizia Adorni

    19 Novembre @ 10.16

    i nostri nonni sono morti per difendere la Patria e noi ci facciamo invadere senza difendere i valori italiani. Un po' di nazionalismo alla francese non guasterebbe.

    Rispondi

  • Gianni Cesari

    19 Novembre @ 05.18

    giannicesari

    Viva l'Italia!

    Rispondi

  • Stefano

    18 Novembre @ 23.03

    Egr. Direttore, siamo purtroppo una nazione senza memoria. In Inghilterra, durante i miei frequenti soggiorni, ho conosciuto il Remembrance Day. La domenica più vicina all'11 novembre gli inglesi ricordano i loro morti della 1 e 2 guerra mondiale. La domenica durante la celebrazione ufficiale la Regina(o chi per lei della famiglua reale) con il Premier in carica e il Leader della opposizione depongono una corona ai piedi del Cenotafio. Celebrazioni analoghe avvengono in tutte le città e villaggi. Direi che ogni commento è superfluo.

    Rispondi

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