EDITORIALE

Ma cambiare i nomi non cambia la realtà

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Il vescovo di Parma, monsignor Enrico Solmi, nell’omelia di Santa Lucia ha raccontato di aver ricevuto un biglietto con scritto «auguri». «Auguri di cosa?», si è chiesto ironicamente. Di buon compleanno? Di buon onomastico? Di buon anno? Di una pronta guarigione? Auguri perché deve sostenere un esame? Ma sua eccellenza non ha l’influenza, e da tempo non va più a scuola. E allora, auguri di che?
Auguri di Natale, ma quella parola lì, «Natale», è diventata imbarazzante, da un po’ di tempo a questa parte. Curioso: ormai non solo nel linguaggio comune, ma anche nelle canzoni, nei film, sui giornali e perfino a scuola sono ammesse le peggiori volgarità, bestemmie comprese: ma Natale no, Natale è un vocabolo che non si può pronunciare. Perché?
Nei giorni scorsi sulla Gazzetta abbiamo già spiegato - anche con un’intervista al capo della comunità islamica - che la storia del non voler offendere i musulmani è, appunto, una storia, perché i musulmani non hanno nulla in contrario ai canti di Natale, ai presepi, insomma alle celebrazioni natalizie. È, piuttosto, un tentativo di rimozione tutto nostro, tutto occidentale. Gli anglosassoni, ad esempio, stanno già cambiando pure il calendario: non più «avanti Cristo» e «dopo Cristo»: siamo, oggi, nel 2018 dell’«Era Comune». Mah.
Dietro tutti questi tentativi, molti cristiani vedono una strategia: quella di cercare di combattere la fede, di estirparla dalla cultura comune e, ultimamente, dal popolo. È probabile, anzi è certo, che da parte di alcuni ci sia senz’altro una simile intenzione. Ma non è di questo che vogliamo parlare adesso (ne abbiamo già parlato altre volte).
Vogliamo, piuttosto, sottolineare una delle più assurde illusioni del nostro tempo: quella di cercare di cambiare la realtà cambiandone il nome. Tutto ciò che non ci piace, non lo nominiamo più, o lo chiamiamo in un altro modo, nella vana speranza di farlo scomparire.
Così come cambiamo i nomi per battaglie ideologiche - come quella contro le tradizioni cristiane - cambiamo i nomi anche per anestetizzarci le coscienze e/o cercare di placare le angosce. Quella della morte, ad esempio: da un bel pezzo non muore più nessuno: si scompare, si manca, si lascia. O l’angoscia di certe malattie, chiamate «mali incurabili», che è una sciocchezza perché non esistono mali incurabili, esistono quelli inguaribili, che è un’altra cosa, più difficile da pronunciare (forse anche perché, alla lunga, siamo tutti inguaribili).
Paradossalmente, ma non troppo, questa specie di censura verbale funziona anche in senso inverso, cioè si usano termini peggiorativi che non hanno alcun senso. Faccio un esempio banale: le previsioni del tempo. Il linguaggio dei media è sempre volto in negativo: se piove è «maltempo», se invece non piove per un paio di settimane, è «siccità», quindi maltempo pure quello. Se fa caldo, è allarme ozono, se fa freddo è allarme gelo. Perfino la previsione della neve, di questi tempi, è chiamata «maltempo». Un paradosso, ho detto prima, ma attenzione: il meccanismo è lo stesso, e cioè la rimozione della realtà. Perché la realtà è che la Natura prevede il caldo e il freddo, il sole e la pioggia e pure la neve, e guai se così non fosse. Ma noi oggi, così come vorremmo che non ci fossero la morte e le malattie, vorremo pure quattro stagioni climatizzate come i nostri uffici, zero disagi.
Vorremmo insomma cambiare la realtà, far sparire tutto ciò che non ci piace per motivi ideologici o, più semplicemente, per non pensare a ciò che non ci piace. E ci illudiamo di farlo cambiandole il nome, rendendoci in questo modo ridicoli: perché se Gesù non è nato, per quale motivo dovremmo fare gli auguri di questi tempi? Auguri di cosa? E perché mai, poi, dovremmo essere nel 2018? Sono passati 2018 anni da cosa? Mah, forse qualcuno a Londra, 2018 anni fa, si è alzato e ha detto ma che bella giornata, è iniziata l’Era Comune.
Ps: Oggi è prevista neve. Quindi maltempo. Guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto che in inverno può nevicare.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Matteo

    18 Dicembre @ 01.54

    Buona Nascita di Gesù

    Rispondi

  • Nicola Martini

    16 Dicembre @ 17.21

    Si può concordare sul fatto che spesso si tenti di cambiare la realtà mutandone il nome. Alle volte tale pratica può essere ricollegabile ad un meccanismo di protezione inconscio, dato che certe circostanze come la propria morte non sono facilmente "metabolizzabili". Altra cosa è, invece, arrivare a negare la religione, sovvertendo convenzioni quali gli auguri natalizi o il sistema di datazione corrente. Certe sudditanze al politicamente corretto ad ogni costo paiono molto tristi. Lo dico da non credente. Purtroppo, detta situazione volta a correre ai ripari, a metà tra il grottesco e lo schizofrenico, è stata generata in passato quando la religione prevalente era quella cattolica, da una gestione errata del rapporto tra Stato e Chiesa, anch'essa abbastanza ideologica. La presenza di crocifissi e presepi all'interno di Uffici pubblici, scuole e quant'altro, spesso brandita impropriamente dalla politica in un'ottica da scontro di civiltà, ha prodotto nel nostro Paese una realtà da Stato confessionale, difficile da gestire con la diversificazione delle confessioni e l'aumento dell'ateismo tra i cittadini. Un approccio a certe questioni da Stato laico sin dall'avvento della Repubblica sarebbe stato maggiormente razionale ed avrebbe evitato una commistione poco salubre tra Istituzioni e religione. Poco importa poi che i mussulmani diano il placet al presepio, in quanto è deteriore lo stesso concetto di permettere una compenetrazione ed una pervasività della religione, qualunque essa sia, con lo Stato e le Istituzioni, anche se giustificato da discutibili motivi di valenza culturale, in quanto negli Uffici pubblici i soli principi che si dovrebbero tenere a mente sono quelli costituzionali. Le religioni, tutte indistintamente, debbono rimanere fuori dagli Uffici pubblici e lo stesso deve fare lo Stato per le questioni spirituali. Sarebbe abbastanza improprio, infatti, pretendere il Tricolore e la foto del Presidente della Repubblica in Duomo, in moschea o qualsiasi altro luogo di culto. Tali concetti vengono dibattuti da secoli. Nelle Quastiones de iuris subtilitatibus (Sottigliezze di diritto) del XII Sec., trattatello anonimo attribuito al Piacentino, si può trovare la frase "nec papa in temporalibus nec imperator in spiritualibus se debeant immiscere", ovvero il concetto di libera Chiesa in libero Stato. Bisognerebbe chiedersi il perchè dell'anonimato. Sarà mica che a scrivere certe cose dove c'è commistione tra Stato e religione si può rischiare il collo?

    Rispondi

  • Giorgio

    16 Dicembre @ 13.08

    gioger@alice.it

    Bravo Direttore!!!!! Bellissimo editoriale. A malincuore devo darle ragione su ogni singola parola che ha scritto. Il bel mondo dei miei nonni, dei miei genitori e per un po' anche il mio si sta lentamente (non troppo lentamente) dissolvendo. Colgo l'occasione per fare a lei e alla redazione gli auguri (non generici) di Buone Feste.

    Rispondi

    • Gianni Cesari

      17 Dicembre @ 17.59

      giannicesari

      Buon Natale

      Rispondi

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1commento

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