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Festa della donna: l'editoriale di Lucia Annibali per la Gazzetta

Il mio 8 marzo
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L' 8 marzo non è solo un giorno di festa, è anche un giorno di lotta. È l'occasione per gridare ancora più forte cosa si deve fare, quali barriere devono essere abbattute, quali ostacoli devono essere superati per ottenere una piena e reale parità. Perché o la democrazia è paritaria o non è democrazia.

Un giorno di lotta, dicevo. E non potrebbe essere altrimenti. Perché le donne, nel nostro Paese, sono ancora discriminate, ostacolate nella loro piena autodeterminazione e oggetto di una violenza che non sembra avere fine.

Da nord a sud questo nuovo anno è già segnato da un numero impressionante di aggressioni, violenze sessuali e femminicidi. La cronaca di questi ultimi giorni sembra un bollettino di guerra.

Questo ci dice con chiarezza che, al di là dell'importanza delle leggi, il problema culturale è, e resta, la vera grande sfida che dobbiamo vincere.

Ce lo spiega bene la Convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato come Paese. La repressione da sola non basta. La violenza sulle donne affonda le sue radici in una profonda e persistente disparità di potere tra uomini e donne e in un'organizzazione patriarcale della società che ancora oggi permea la vita di milioni di donne in Italia. Le rappresentazioni fondate sul sessismo e sugli stereotipi di genere creano le condizioni per una perpetuazione della violenza maschile sulle donne.

Quella stessa cultura che fa sì che la conciliazione famiglia-lavoro venga considerata ancora un problema solo delle donne, ostacolando una più moderna visione della genitorialità e della cura responsabilmente condivisa. O che vede le donne ancora discriminate in termini di parità salariale, partecipazione ai processi decisionali e alla vita politica.
Eppure in questi anni il legislatore ha compiuto diversi passi avanti. Sono tanti gli interventi legislativi che hanno scandito la conquista di nuovi diritti. Ma è come se tutto si fermasse sulla carta. Perché la realtà è ben diversa e ha ancora a che fare con le tante resistenze culturali che impediscono una piena parità tra i sessi.
Molti obiettivi restano dunque ancora da conquistare. Le battaglie delle donne non sono ancora finite.
Per questo non è banale continuare ad augurarsi buon 8 marzo, quest’anno con un pensiero particolare rivolto alle vittime di tratta, a cui anche il Presidente della Repubblica Mattarella ha dedicato questa giornata, perché possano tornare presto libere.
Buon 8 marzo agli uomini illuminati e buon 8 marzo al nostro paese, perché sappia sempre respingere con forza quella deriva culturale che rischia di minare diritti acquisiti con tanta fatica.
Concedetemi un augurio speciale anche alla città di Parma, perché si conservi sempre quel luogo accogliente e portatore di buoni sentimenti, così come io l’ho conosciuto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Nicola Martini

    09 Marzo @ 16.27

    I concetti espressi dall'On. Annibali sono pienamente condivisibili. Pare pure ben ponderata l'analisi svolta nell'editoriale secondo cui i problemi della violenza e della parità non possono essere affrontati meramente sotto un profilo repressivo, in quanto i "gangli" su cui agire sono svariati, non ultimi appunto le resistenze di tipo culturale, difficili da eradicare per mille motivi: religiosi, politici e così via dicendo. Purtroppo nel nostro Paese, a mio modesto parere beninteso, si è perso troppo tempo in sterili discussioni di tipo formale abbastanza trasversali a livello politico sugli appellativi da dare (es. Presidenta, Sindaca...), i quali alle volte appaiono pure cacofonici. Qualcuno potrebbe obiettare che la lingua, appunto sotto il profilo culturale, è un "veicolo" funzionale ad agire sulla mentalità delle persone. Purtroppo, però, in Italia ci si è fossilizzati troppo su battaglie relative alle questioni sintattiche e di lessico, più adatte a rispondere al concetto del c.d. "politically correct" abbandonando per buona parte quelle relative alla sostanza. Di recente è successo l'ennesimo putiferio su un esercizio proposto da un testo di II elementare, che abbinava alla figura materna i verbi stirare e cucinare, mentre il verbo lavorare lo abbinava a quella paterna. Al di là dell'esercizio in effetti un po' "datato", su cui si può discutere, il problema di fondo in concreto lo si ha quando il padre non stira e non cucina, magari perché la madre divenuta tale ha dovuto rinunciare al proprio lavoro per la mancanza di un sistema di welfare adeguato. Se negli ultimi 15 anni ci si fosse scannati sul problema di mancanza di posti negli asili, di asili aziendali e di centri diurni oppure sulla problematica delle rette stellari, come lo si è fatto sulle questioni linguistiche, magari oggi avremmo un sistema di welfare che permetta alla donna un inserimento nel mondo del lavoro più stabile ed il raggiungimento di funzioni di tipo apicale. Le aziende come fanno nei Paesi più avanzati, probabilmente, sarebbero meno restie ad affidare funzioni di vertice alle donne con un sistema di tutela sociale maggiormente sviluppato. Purtroppo lo Stato negli ultimi anni non ha dato il buon esempio comportandosi esso stesso in modo scorretto. Pare indicativo il caso dei Giudici Onorari, di fatto dei cottimisti, i quali per buona parte reggono il sistema Giustizia e che in caso di gravidanza di fatto non hanno tutele. Se i presupposti sono questi, siamo messi male.

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